Alda Merini apprezzava chi sceglie con cura le parole da non dire. Ebbene, nella recensione di un thriller, questo compito diventa ancora più ammirevole.
Si può dire che una delle tre donne è un enfant prodige. Della pittura, ça va sans dire. Con l’età che le permette di rincorrere tutti i suoi sogni.
La seconda è la bellissima Maestra del paese. Una femme fatale, forse anche a sua insaputa. Ingabbiata in una vita ordinaria, maritata per opportunità, con un uomo troppo custode e poco partner. Che vive i suoi sogni di riflesso in quelli dei suoi piccoli allievi.
La terza è la vecchia strega del mulino, o meglio, del suo torrione, ormai decadente. Che si trascina tra quelle strade rimpinguate di turisti, avventori, faccendieri, cercatori, artisti in erba, artisti illusi e artisti della terza età. È stanca, da un pezzo, di vedere rincorrere sogni, sì come, nondimeno, ha smesso, da tanto, di rincorrere i propri. A rincorrere qualcosa è rimasto solo il suo fido pastore tedesco, Neptune. Lei si limita a guardare, ieratica, dalla sua finestra in alto; quasi a spiare, una vita brulicante di paese, che non le appartiene più.