Un romanzo lento e complesso, alquanto intimo e pur perfettamente adattabile alla vita di ognuno di noi. Il tema centrale è la fragilità, propria dell’essere umano, che si estrinseca su livelli differenti e in modi inimmaginabili, così quotidiani.
Una donna vestita di nero, che a causa dei traumi patiti ha perduto l’uso della parola, cerca di ritrovare l’eloquio e se stessa in una lingua sconosciuta e antichissima: il greco di Platone. Del resto, già in passato le era capitato di vivere periodi di mutismo poi guarito grazie al suono di lemmi francesi.
Il professore di greco antico, coreano vissuto in Germania e tornato in terra natia, cerca di convivere con una cecità imminente, catturando immagini che presto potrà vedere solo nei ricordi e nei sogni.
Vite fragili, tristi, buie che non si arrendono e cercano, con delicatezza e lentezza, di trovare una via di uscita, di risalire la china per affrontare la quotidianità, dignitosamente.
La lettura è lenta e complessa, ma nella seconda parte diventa più scorrevole e riaccende la curiosità sul finale.
In fondo, un messaggio di speranza illumina anche le vite più grigie e insegna che tendere la mano al prossimo può essere la cura, anche per se stessi.