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«Bisogna scavare nella nuda terra per ritrovare l’origine di sé.»

Un incipit meraviglioso: spogliarsi del superfluo per ritrovare se stessi nella natura selvaggia, incontaminata, che profuma di passato ed apre spiragli su un futuro da scoprire.

La narrazione, però, inciampa in descrizioni estenuanti e infinite, dettagli come sassi sulla via da percorrere in salita, con un tacco scomodo.
Il respiro affanna, la leggerezza dell’incanto sfuma nel torpore di aggettivi sovrabbondanti, il genio si spegne e la noia prende il sopravvento.

Poi ogni tanto uno sprazzo, come un amore improvviso, il gioco di bambini che si rincorrono tra gli alberi, nell’età adulta, eterni fanciulli alla ricerca di sé, ma insieme.
Lontani e vicini, in un intimo valzer di baci appassionati e progetti d’amore e di vita.
Vita che si spezza, distrutta in un attimo da quella natura tanto bramata e attesa e invocata.

Le parole, in questo testo, si rincorrono con velocità altalenante e così i fatti; l’autore passa da lente e metodiche descrizioni dei luoghi e degli stati d’animo, al fervore di un ricordo che dà ancora l’idea del movimento, sempre lento, ma incessante.
A volte la narrazione sembra una nenia, altre volte un’incantevole poesia.

E così la vita scorre e riprende anche quando sembra volersi interrompere, ma la natura continua a fare il suo corso e dopo il più rigido degli inverni, sboccerà comunque, nuovamente, la primavera.
“É finita la sua vita, non finirò io, occuperò lo spazio che era suo, abiterò la sua vita come se fosse la mia”.

Sboccia l’amore, l’amicizia, riaffiora il ricordo e si mescola al presente.
Tutto è vita ma ci vuole tempo per assestarsi, per diventare finalmente parte di un intero, un mondo estraneo che si schiude per accogliere ciò che ha imparato a conoscere.
La talea ha attecchito, dal germoglio presto nascerà nuova vita. Sbocceranno i fiori e poi verranno i frutti.

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