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«… viviamo in un’epoca buia in cui nessuno riesce a trovare la propria strada…»

Una trama disturbante, in cui il più semplice movimento diventa una complicata equazione, un percorso ad ostacoli in cui il fato sembra tessere la ragnatela più fitta affinché il bene incespichi sempre nel male.

La sfortuna non esiste, la coscienza forse si, e una serie di sfortunati eventi può concatenarsi solo se un disegno più grande li ha collocati in sequenza.
Un uomo e una donna (senza nome) non più giovani raggiungono – non senza fatica – un lungo lontanissimo per adottare un bambino. Tutto è immerso nella neve e nel buio e nel freddo.

Un’immagine buia e tetra che trasmette angoscia e turbamento.
Durante il soggiorno in un lussuoso albergo lontano nel tempo e nello spazio incontrano i personaggi più assurdi che si possano immaginare.
Una anziana vecchia gloria dello spettacolo, un po’ santona un po’ millantatrice.

Un “vero” santone/guaritore.
Un corpulento uomo d’affari, ambiguo, ipersessuale e stupratore.
In questo bailamme dovrebbe spiccare la candida figura del neonato che la coppia desidera adottare, figura neutralizzata dalla bruttura dei luoghi e degli eventi, schiacciata dall’angosciante immagine dell’orfanotrofio e dei suoi occupanti. Non si riesce a provare compassione nemmeno per il piccolo.

Quel bambino oggetto dello sfrenato desiderio di genitorialità che ha portato la coppia a compiere tanti e tali peripezie ai confini del mondo civilizzato, nonostante la malattia della donna, nonostante tutto.
Una lettura angosciante, stridula e molesta: sfogliare l’ultima pagina e chiudere – per sempre – il libro dà un grande sollievo misto a fastidio. Residua il freddo gelido di una storia triste.

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