2 min read
«Quello che i lettori avranno sotto gli occhi è il racconto di una redenzione (forse).»

Quello che i lettori avranno sotto gli occhi è il racconto di una redenzione (se non fosse per quel sibillino caveat conclusivo dell’Autore).

E’ una autobiografia confessoria, a tratti, malcelatamente enfatica ed eccessiva; la ricostruzione storica dettagliata (forse, troppo), della vita dell’Autore, William T. Walters, per tutti Billy, uno dei più antonomastici self made man. Origini umili, infanzia complicata, un combinato disposto che accresce la fame rabbiosa di affermazione e di successo, nell’unico modo, anticonvenzionale, possibile: non tramite lo studio, ma tramite la “strada”, ovverosia l’arte di vivere e di convivere con i suoi personaggi, i suoi vicoli ciechi, i suoi problemi, le sue luci e le sue ombre, i suoi meccanismi, le sue ritualità.

Billy Walters fa la prima e più importante scommessa con se stesso, mettendosi in gioco, arrabattandosi per cercare la propria strada. Punta sulla sua intraprendenza e su un innato spirito di osservazione. Emerge, si fa conoscere, attira interessi, simpatie e, soprattutto, antipatie, dei conoscenti, dei concorrenti, dei federali.

In una spirale di eventi, proposti anche con sano spirito di rivalsa (se non proprio vendetta), accomodato in una sapiente ricerca di riaffermare la verità storica e fattuale di alcuni accadimenti, il racconto di Walters non si riduce all’enunciazione di aneddoti, principi, curiosità, rivelazioni ai propri adepti; è la narrazione di una vita fuori dagli schemi, inconsueta, eccessiva, vissuta sul filo del rischio, nel suo senso più profondo e assorbente.

E’ la storia di un uomo, divenuto troppo presto padre, quando ancora incapace di assumersi le responsabilità di una famiglia. Del rapporto difficile con la malattia del figlio. Di azzardi (ça va sans dire), di sconfitte, di delusioni, di tradimenti, di doppiogiochisti. E’ come se, in fondo, la vita di Walters non fosse stata altro che una perfetta trasposizione di una delle sue tante partite a golf o biliardo: i colpi vincenti, i bari, gli errori, le vittorie.

Delle volte, bisogna essere vicini a perdere tutto, per acquisire la capacità di apprezzarlo; bisogna essere sul baratro, per avere la forza di rialzarsi.
Ecco, la detenzione carceraria, che ha rappresentato (nella sua ricostruzione) l’incresciosa e rancorosa vendetta del sistema americano nei suoi confronti, incapace, a suo dire, di comprendere la sua azione speculativa, magari borderline, ma sempre legittima, ha rappresentato un terminatore, una cesura: la riscoperta del vero senso della vita, del vero valore delle cose, senza la foschia indotta dalla natura incoercibile di giocatore.

D’altronde, non ci sono scuse e non ci sono pentimenti. Ci sono solo ammissioni, aperte e sincere.

E non è un punto di partenza affatto negativo.

C’è da scommetterci.

Seguici sui social: