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«Il modo migliore per nascondere qualcosa è metterlo in bella vista.»

Francia, 1792.

Nel mentre su una sponda della Manica imperversa il furore rivoluzionario dei “cittadini”, che, con Madame La Guillottine, cercano più rancorosa vendetta che riscatto sociale, sull’altra, tra i pavoni aristocratici, si aggira un eroe innominato, invisibile e introvabile, simbolo di conservatorismo, che impersona un novello Caronte traghettatore, di anime, ma anche di corpi, da una terra che li ha dannati, a una pronta ancora ad accoglierli a corti aperte.

Ecco, quindi, che il lettore simpatizza per l’eroe senza nome, sebbene, stavolta, sia l’uomo del sistema, dello status quo, del passato, attorniato da un fascinoso romanticismo, che tira stoccate, a colpi d’intelletto, ai nuovi detentori del potere, approssimativi nei costumi e superficiali nella loro sete di rinnovamento.

Lo scontro sociale diventa contesa ideologica, tra difesa dei propri privilegi e passione di sovvertire lo stato delle cose, e che, a sua volta, trascende in una disputa valoriale, tra un mondo quasi cavalleresco e uno più sfacciatamente popolano.

Nel mezzo, un amore, sbocciato, appassito e, infine, ritrovato, più appassionato di quando era sfiorito, sotto la scure di costumi sociali troppo stretti.
La Primula Rossa si barcamena tra tutto questo.

D’altronde, lo cercan di qua, lo cercan di là, ma quei mangiarane non san dove sta.

Magari il lettore sarà più fortunato.

Anche perché, come si suol dire, il modo migliore per nascondere qualcosa è metterla in piena vista.

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