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«16 risposte (più la prefazione del Curatore), serie, ma anche irriverenti, alla domanda, solo seria, su cosa sia sopravvalutato. »

“Aragoste, Champagne, Picnic e altre cose sopravvalutate” collazione sedici, autorevoli, risposte (oltre la prefazione del Curatore), serie, ma anche irriverenti, alla domanda (solo seria) su cosa reputino, nella loro esperienza di vita, sopravvalutato. Ne esita una raccolta variopinta, tra ilarità, ironia, sano realismo, autocritica, intrecciati da inevitabile autobiografismo, che surfa tra filosofia, psicologia, sociologia. Una narrazione a più voci, verista, che tratteggia alcuni principi e preconcetti, leitmotiv e presunzioni, del nostro vivere la socialità.

Ecco, dunque, che il percorso si inaugura i viaggi (ça va sans dire) e il dover viaggiare, per esigenze malcelate di status symbol; perché bisogna avere un pregiudizio positivo verso l’idea di partire e di conoscere il mondo; perché la vacanza, in fondo, è uno stato mentale, che non tutti vogliono o possono concedersi. E c’è chi, del partire, ama solo la prospettiva del ritorno, nella propria casa, nella propria intimità. E c’è anche chi, del viaggiare, ama solo la scelta di non farlo, restando nella propria casa.

C’è la perdita di qualcuno o di qualcosa; un accadimento che non dovrebbe succedere, specie se a causa di un’ingiustizia, che viene sistematicamente sopravvalutata, rincorrendo una ribellione, una vendetta, che si riveleranno inconcludenti, se non, addirittura, più afflittive della perdita stessa. Allora bisogna imparare anche a lasciare andare, le vite degli altri, la fortuna, gli amori.

Già, l’amore, che nel catalogo curato da Arnaldo Greco, rientra più volte e viene sezionato in varie declinazioni. È sopravvalutata la prima volta, nella sua ritualità imposta; è sopravvalutato il primo amore, del quale non rimane nulla, se non la sua ontologica differenza con il primo amore vero, memorabile. In chiave più femminista, sono sopravvalutati i maschi, come lo sono le aragoste, che sono mangiate da tutti (o quasi), senza che nessuno esclami quanto siano buone (come accade per la più “modesta” pizza); salvo ripensamenti in corsa, dettati proprio da quelle declinazioni d’amore, che sono i progetti, gli abbracci, le litigate, il pragmatismo e, soprattutto, le condivisioni.

Ci sono, poi, il blocco dello scrittore, che affligge anche chi non scrive e non ha scritto praticamente mai; la montagna, come rappresentazione plastica di uno stato sociale (specie per chi è nato e vive nel settentrione); l’ebbrezza e la produttività, che conducono a vivere una vita surrogata, con la prima bugiarda, come alcuni amanti, e la seconda illusoria, di poter governare la porzione di caos universale, quotidianamente affidataci; ci sono i regali, che creano quel necessario imbarazzo da scartamento e, a volte, ingombranti problemi di riciclo.

È sopravvalutata la partecipazione, figlia di un’idolatria di tempi passati, contrapposta alla libertà di restare volutamente e felicemente inattivi.

Ci sono, finanche, due risposte quasi sacrileghe, due provocazioni. È sopravvalutata la cucina italiana, intoccabile, nell’immaginario collettivo, nella sua superiorità da spaghetto al dente. È sopravvalutato Dio, che c’era, ma, poi, tende ad assentarsi, ingiustificatamente.

E c’è pure la provocazione, che, a causa di un richiamo ormai inflazionato e invalso, scade in una banale ordinarietà seriale.

Infine, in una sorta di calembour, a essere sopravvalutata è la sopravvalutazione stessa. A dimostrazione, forse, di quanto sia effettivamente difficile dare una risposta certa a cosa sia sopravvalutato. Che non sia, alla fine dei giochi, la domanda stessa a esserlo?

Una lettura estremamente piacevole, che offre molti spunti di riflessioni, nei quali ciascun lettore può identificare le proprie esperienze personali con quelle degli “intervistati”. Le sedici risposte, per quanto complesse, rappresentano solo una porzione limitata di quanto, più o meno diffusamente, sia ritenuto sopravvalutato.

Nella lista può senz’altro essere inserito “ciò che gli altri pensano di noi” (che, invero, è un sottile fil rouge che lega alcune delle risposte del libro), che ci condiziona e, qualche volta, inibisce. È sopravvalutata, per esempio, la ricerca universitaria nelle discipline umanistiche (non è facile, per esempio, da comprendere cosa si possa ricercare in diritto privato o in commerciale e, prima ancora, cosa si sia perduto). È sopravvalutato, ancora, il merito. Perché, come la provocazione, inflazionato, da un sistema sempre meno responsabile nell’elargizione di riconoscimenti e premialità, dati ormai a pioggia (o, forse, ad alluvione), e perché deve contemperarsi con la fortuna (vedasi, sul punto, il prologo di “Matchpoint”, regia di Woody Allen).

Ognuno avrà le sue sopravvalutazioni. In molte ci accomuneremo, in altre meno.

Al punto da chiedersi se, alla fine, a essere sopravvalutato non siano le cose in sé, ma chi incautamente le valuti e le sopravvaluti.

I sopravvalutatori, insomma. Noi stessi. 

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