Un’operazione baciata è un apostrofo rosa tra un finanziamento e l’acquisto di azioni proprie.



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Nota a Trib. Venezia, Sez. Impr., 24 giugno 2022, n. 1220.

di Antonio Zurlo (Studio Legale Greco Gigante & Partners)

 

L’art. 2358 c.c., come noto, prevede un generale divieto, per la società per azioni, di accordare prestiti e di fornire garanzie per l’acquisto o la sottoscrizione delle proprie azioni, consentendo alla società di concedere “assistenza finanziaria” solo alle condizioni specificate nella norma stessa, tra cui vi è la necessità che dette operazioni siano preventivamente autorizzate dall’assemblea straordinaria. Nella fattispecie, parte convenuta ha, in primis, affermato che l’eventuale violazione del divieto di assistenza finanziaria integri una mera violazione di norme “interne” relative all’agire amministrativo e, in quanto tale, inidonea a comportare la nullità degli atti negoziali posti in essere con i terzi e inerenti all’operazione, potendo la nullità sussistere solo in caso di vizio genetico del contratto per violazioni che riguardino gli elementi costitutivi del negozio stesso. Ha, poi, osservato che detta normativa non sarebbe comunque applicabile alle società cooperative, quale era la Banca all’epoca dei fatti.

Sul primo punto, il Tribunale veneziano ha premura di rilevare come l’art. 2358 c.c. afferma, nel suo principio generale, un divieto di carattere imperativo, posto che detto divieto, ove non derogato in ragione della sussistenza delle condizioni di ammissibilità dell’assistenza finanziaria, è chiaramente finalizzato a impedire operazioni che possano determinare un’erosione anche potenziale del capitale sociale, nell’interesse dei creditori della società[1]; come già affermato, «l’imperatività del divieto di assistenza finanziaria si scorge nel fatto che il legislatore ha voluto escludere il rischio della non effettività, totale o parziale, del conferimento dei nuovi soci al tempo dell’aumento di capitale, con ricaduta sul patrimonio netto, stante il rischio di inadempimento del socio entrante, inadempimento che sarà riferito all’obbligazione del rimborso del finanziamento, non a quella del conferimento, già adempiuta con i mezzi finanziari messi a disposizione della società (Cass. n. 25005/2006). Detto ciò e considerato il divieto di assistenza finanziaria imposto da norma imperativa, deve escludersi che le norme imperative la cui violazione comporta la nullità del contratto siano solo quelle che si riferiscano alla struttura o al contenuto del regolamento negoziale delineato dalle parti. L’area delle norme inderogabili, la cui violazione può determinare la nullità del contratto in conformità al disposto dell’art. 1418 comma 1 cc, è più ampia di quanto parrebbe a prima vista suggerire il riferimento al solo contenuto del contratto medesimo, dovendosi ricomprendere anche le norme che, in assoluto, oppure in presenza o in difetto di determinate condizioni, oggettive o soggettive, direttamente o indirettamente, vietano la stipulazione stessa del contratto, per cui ove il contratto venga stipulato, nonostante il divieto imposto dalla legge, è la stessa sua esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa e non par dubbio che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni ancora più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto (Cass. Sez. Un. n. 26724/2007).».

Nel caso in esame, non ci si trova innanzi a un mero collegamento obiettivo tra un qualsivoglia finanziamento erogato dalla Banca e utilizzato “in autonomia” dal cliente per acquisti azionari propri del finanziatore, ma a un vero e proprio collegamento intenzionale, tale per cui la concessione del finanziamento, o la concessione al cliente di operare “a debito” è addirittura effettuata intenzionalmente dalla Banca proprio allo scopo di finanziare l’acquisto/ sottoscrizione delle azioni /titoli della stessa banca finanziatrice, di tal che i negozi collegati risultano posti in essere intenzionalmente, oltre che “obiettivamente” proprio e solo per conseguire acquisti finanziati vietati da normativa imperativa: ne consegue la nullità negoziale.

La disposizione normativa in rilievo prevede invero che l’operazione di assistenza finanziaria debba essere preventivamente autorizzata dall’assemblea straordinaria, dovendo essa essere illustrata nella relazione accompagnatoria degli amministratori indicante le relative condizioni, quali il prezzo delle azioni, l’interesse praticato, la valutazione del merito creditizio dell’acquirente, nonché indicante la convenienza rispetto alle ragioni, agli obiettivi imprenditoriali, ai rischi che essa comporta per la solvibilità e la liquidità della società, con il verbale dell’assemblea e la relazione degli amministratori da iscriversi nel registro delle imprese. L’interesse preminente tutelato è quello della società e dei creditori all’integrità del capitale sociale, interesse rilevante anche per le società cooperative per azioni.

Invero, la disciplina rammentata che limita le operazioni che possano mettere a rischio il capitale non può dirsi incompatibile con la finalità mutualistica propria delle cooperative, tanto che l’art. 2529 c.c., prevede una regolamentazione specifica in tema di acquisto di proprie azioni, pur non derogando espressamente alla disciplina delle altre operazioni vietate, quali quelle di assistenza finanziaria. Così non può dirsi incompatibile con la natura delle società cooperative la necessità di delibera assembleare autorizzativa di cui si è fatto cenno, posto che se è esclusivo compito degli amministratori l’ammissione di nuovi soci, non è possibile escludere di per ciò stesso la necessità di delibera assembleare per autorizzare gli amministratori a collocare azioni mediante l’operazione di assistenza finanziaria. Peraltro, in senso ulteriormente avvalorativo, il nuovo Testo Unico Bancario, all’art. 150bis, indica espressamente quali norme del codice civile non si applicano alle banche popolari: elencazione in cui non figura l’art. 2358 c.c., che, evidentemente, il legislatore non ha ritenuto di escludere dal novero di applicabilità.

Ciò posto, i negozi oggetto di causa, volti a porre in essere operazioni illecite, devono essere dichiarati nulli, conseguendone la liberazione di parte attrice dagli obblighi contrattuali non ancora adempiuti.

 

 

Qui la sentenza.

[1] V. Cass. n. 15398/2013.

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