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Nota a Cass. Civ., Sez. II, 8 febbraio 2022, n. 4006.

di Donato Giovenzana

 

Nel ricorso avanzato si è argomentato che si è in presenza del direttore generale della banca capogruppo e non della banca in cui erano state riscontrate le anomalie e disfunzioni organizzative rilevate in sede ispettiva; addebitargli queste ultime, pertanto, postulerebbe una forma di responsabilità oggettiva, non prevista dall’ordinamento, per condotte omissive relative a situazioni estranee alla sfera di controllo dell’agente. D’altra parte, secondo il ricorrente, la corte di appello avrebbe “del tutto omesso indicare, individuare e attribuire al rag. … un titolo di responsabilità per i fatti oggetto di contestazione nel provvedimento sanzionatorio che fosse direttamente riconducibile ai doveri connessi alla propria qualifica di direttore generale della capogruppo”. Quanto all’elemento soggettivo dell’illecito, nel motivo si argomenta che, una volta escluso che al D.G. potesse effettivamente contestarsi una condotta omissiva in relazione a comportamenti che esulavano dalla sfera di controllo attribuita alla sua funzione, la Banca d’Italia non avrebbe potuto avvalersi della presunzione di colpa di cui l’articolo 3 della legge n. 689/1981. In sintesi, il motivo di ricorso si risolve nell’ assunto che il direttore generale della capogruppo «non aveva alcun dovere di controllo e vigilanza sulla Banca …… (né sulla società …..) che possa dirsi essere stato reiteratamente omesso» .

Secondo la Suprema Corte va evidenziato che l’impugnato decreto – dopo aver richiamato gli obblighi imposti dalla normativa di vigilanza ed aver affermato che “rispetto a queste ed ulteriori prescrizioni in materia di vigilanza prudenziale per le banche il (Direttore) è venuto meno a detti obblighi”  – si è fatto espressamente carico dell’ assunto del ricorrente alla cui stregua egli non avrebbe potuto essere chiamato a rispondere, quale direttore generale della società capogruppo, delle disfunzioni organizzative di una società controllata e tale assunto ha motivatamente disatteso, evidenziando come esso si fondasse su una “interpretazione riduttiva del suo ruolo da parte del (Direttore), senza tener conto delle specifiche responsabilità che la normativa primaria e secondaria pone a carico degli esponenti della capogruppo di un gruppo bancario” .

Tale affermazione della corte territoriale fa riferimento proprio alla disciplina evocata nella lettera di contestazione dell’illecito; quest’ultima richiama, tra l’altro:

– l’articolo 67, primo comma, T.U.B., che recita: « Al fine di esercitare la vigilanza consolidata, la Banca d’Italia impartisce alla capogruppo, con provvedimenti di carattere generale, disposizioni concernenti il gruppo bancario complessivamente considerato o suoi componenti, aventi ad oggetto: … b) il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni; … d) il governo societario, l’organizzazione amministrativa e contabile, nonché i controlli interni e i sistemi di remunerazione e di incentivazione a….]»;

– le Istruzioni di vigilanza per le banche (Circ.299/99), Titolo IV, Capitolo 11, la cui Sezione III (Sistema dei controlli interni del gruppo bancario) riguarda precisamente i compiti della capogruppo in materia di controlli interni al gruppo bancario;

– le Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche (Circ.263/06), Titolo I, Capitolo 1, Parte IV (La gestione e il controllo dei rischi. Ruolo degli organi aziendali), il cui Paragrafo 3 è rubricato «La gestione e il controllo dei rischi nel gruppo bancario».

La responsabilità contestata al Direttore dalla Banca d’Italia, e ritenuta sussistente dalla corte territoriale, non è quindi, contrariamente a quanto sostiene il ricorrente, una responsabilità oggettiva per fatto altrui (ossia per fatto degli organi e dei dipendenti della banca controllata) ma una responsabilità per fatto proprio, ossia per infrazioni concernenti l’attività della capogruppo, distinte ed ulteriori rispetto alle infrazioni concernenti l’attività della banca controllata. A fronte della lineare motivazione del decreto impugnato, il mezzo di ricorso risulta del tutto aspecifico.

La denuncia di violazione di legge si risolve in una generica protesta di violazione della normativa di vigilanza, senza alcuna identificazione delle disposizioni di cui si lamenta la violazione o la falsa applicazione e senza alcuna indicazione delle affermazioni in diritto contrastanti con tali regole esplicitamente o implicitamente contenute nell’ impugnato decreto. Quanto alla denuncia di omesso esame di fatto decisivo (enunciata nella rubrica del mezzo, pur senza espresso richiamo al n. 5 dell’articolo 360 c.p.c.), pur essa va disattesa, perché il “fatto decisivo” a cui tale denuncia si riferisce – ossia il fatto che era direttore generale della banca capogruppo, e non della controllata – è stato esaminato dalla corte d’appello.

Per quanto riguarda, infine, il riferimento del motivo in esame al tema dell’elemento psicologico dell’illecito risulta sufficiente richiamare il principio, enunciato in Cass. 6625/20, che, in relazione agli illeciti di cui all’art. 144 del d.lgs. n. 385 del 1993, nei confronti di soggetti che svolgono funzioni di direzione, amministrazione o controllo di istituti bancari il legislatore individua una serie di fattispecie, destinate a salvaguardare procedure e funzioni incentrate sulla mera condotta, secondo un criterio di agire o di omettere doveroso, ricollegando il giudizio di colpevolezza a parametri normativi estranei al dato puramente psicologico e limitando l’indagine sull’elemento oggettivo dell’illecito all’accertamento della condotta inosservante, sicché, integrata e provata dall’autorità amministrativa la fattispecie tipica dell’illecito, grava sul trasgressore, in virtù della presunzione di colpa posta dall’art. 3 della I. n. 689 del 1981, l’onere di provare di aver agito in assenza di colpevolezza.

 

Qui l’ordinanza.

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