Sul patto di non concorrenza.



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Nota a Cass. Civ., Sez. Lav., 25 agosto 2021, n. 23418.

di Antonio Zurlo

 

La giurisprudenza di legittimità, al fine di valutare la validità del patto di non concorrenza, ex art. 2125 c.c., ha affermato che occorre osservare i seguenti criteri:

a) il patto non deve necessariamente limitarsi alle mansioni espletate dal lavoratore nel corso del rapporto, ma può riguardare qualsiasi prestazione lavorativa che possa competere con le attività economiche volte da datore di lavoro, da identificarsi in relazione a ciascun mercato nelle sue oggettive strutture, ove convergano domande e offerte di beni o servizi identici o comunque parimenti idonei a soddisfare le esigenze della clientela del medesimo mercato;

b) non deve essere di ampiezza tale da comprimere la esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in termini che ne compromettano ogni potenzialità reddituale;

c) quanto al corrispettivo dovuto, il patto non deve prevedere compensi simbolici o manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiesto rappresenta per il datore di lavoro e dal suo ipotetico valore di mercato[1];

d) il corrispettivo del patto di non concorrenza può essere erogato anche in corso del rapporto di lavoro[2].

La valutazione di compatibilità del vincolo concernente l’attività con la necessità di non compromettere la possibilità del lavoratore di assicurarsi un guadagno idoneo alle esigenze di vita, come pure la valutazione della congruità del corrispettivo pattuito, costituiscono oggetto di apprezzamento riservato al giudice del merito, come tale insindacabile in sede di legittimità, ove congruamente e logicamente motivato[3].

Nel caso di specie, i principi suesposti sono stati applicati correttamente nella sentenza impugnata, dal momento che la Corte territoriale ha, in primo luogo, proceduto alla ricognizione del patto di non concorrenza, evidenziando come lo stesso prevedesse un impegno del lavoratore, dopo la risoluzione del rapporto, a non svolgere direttamente o per interposta persona attività o mansioni di tipo analogo a quelle precedentemente svolte, per la durata di tre mesi, in determinate ragioni del nord e centro Italia, ricevendo durante il rapporto un corrispettivo per ogni anno di euro 10.000,00.

Al fine, poi, di verificare se le modalità di determinazione del corrispettivo fossero aleatorie, ha precisato che l’importo era facilmente determinabile e il fatto che il compenso fosse stato previsto in costanza di rapporto e destinato ad aumentare con la durata dello stesso, meglio contemperava gli interessi di entrambe le parti posto che una più lunga permanenza in un posto di lavoro specializzante poteva rendere più difficile una nuova collocazione sul mercato e, quindi, idoneo a compensare il maggior sacrificio rispetto ad un rapporto di breve durata.

Da ultimo, la Corte d’Appello ha aggiunto che la durata del vincolo fosse molto contenuta e riguardasse una estensione territoriale limitata solo ad alcune regioni. L’esame dei giudici di seconde cure, a giudizio del Collegio, è stato completo, esaustivo, logico e corretto giuridicamente, resistendo alle critiche sollevate da parte ricorrente.

 

 Qui l’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. n. 9790/2020.

[2] Cfr. Cass. n. 3507/2001.

[3] Cfr. Cass. n. 7835/2006.

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