Della liquidazione equitativa del danno da perdita di titoli di credito.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 2 luglio 2021, n. 18795.

di Donato Giovenzana

 

La vicenda trae origine dalla circostanza della mancata restituzione – in esito al venir meno del vincolo cautelare – da parte della competente Autorità Giudiziaria penale di assegni ed effetti cambiari – precedentemente sequestrati – in quanto andati smarriti, per un ammontare di oltre 800 mila euro.

Era già intervenuta una prima volta la Suprema Corte, adita in ragione della decisione della Corte territoriale, che aveva annullato la sentenza di prime cure, con cui era stato riconosciuto all’attore un risarcimento di 275.000,00 euro; secondo il Giudice di appello, così come il solo possesso dei titoli non determinava alcun vantaggio al possessore, anche la sua perdita non arrecava alcun danno allo stesso.

In accoglimento del ricorso, avanzato dall’erede universale dell’originario attore, deceduto “medio tempore“, la Suprema Corte rilevava che “il possesso di un titolo di credito, in particolare assegno bancario ed effetto cambiario, pone il creditore in una situazione di vantaggio, in ragione dei caratteri di letteralità, autonomia ed astrattezza propri dei titoli”, sicché il “venir meno di questa situazione di vantaggio costituisce, di per sé, un danno risarcibile“, enunciando il principio di diritto secondo cui, “in caso di fatto illecito altrui che causi al danneggiato la perdita definitiva di titoli di credito consistenti in assegni bancari ed in cambiali, sono risarcibili i danni, da liquidarsi equitativamente”, corrispondenti, tra gli altri, “alla perdita delle azioni cartolari”, qualora le procedure di cui agli artt. 2006, 2016 e 2027 cod. civ. “non siano in concreto esperibili o non vi sia seria probabilità di conseguire i decreti di ammortamento dei titoli all’ordine o nominativi“.

Il giudice del rinvio, con la sentenza ora impugnata, perveniva alla liquidazione equitativa € 78.214,30, oltre interessi legali dal 15 maggio 2002 (data della richiesta di restituzione dei titoli) al saldo.

La Suprema Corte, nell’accogliere il ricorso, ha precisato

  • che non è dato comprendere su quali basi il giudice del rinvio — chiamato ad applicare il principio affermato da questa Corte e secondo cui, “in caso di fatto illecito altrui che causi al danneggiato la perdita definitiva di titoli di credito consistenti in assegni bancari ed in cambiali, sono risarcibili i danni, da liquidarsi equitativamente”, corrispondenti, tra gli altri, “alla perdita delle azioni cartolari”, qualora le procedure di cui agli artt. 2006, 2016 e 2027 cod. civ. “non siano in concreto esperibili o non vi sia seria probabilità di conseguire i decreti di ammortamento dei titoli all’ordine o nominativi”, essendo, peraltro, a carico del danneggiante “dare la prova che, anche se avesse esperito l’azione cartolare (così come quella causale), il creditore non sarebbe stato comunque affatto in grado di realizzare il credito”— abbia operato, ex artt. 1226 e 2056 cod. civ., l’individuazione del danno risarcibile e (soprattutto) la sua quantificazione;
  • che, difatti, la Corte milanese, dopo aver stimato in ben € 782.142,97 l’ammontare dei crediti in relazione ai quali, a fronte di una possibile azione causale ancora esperibile dal portatore fino al momento della richiesta di restituzione dei titoli, non risultava maturato il relativo termine decennale di prescrizione (e, dunque, fissando in tale misura il danno “potenziale” da perdita dei titoli di credito), ha ritenuto, tuttavia, di limitare al solo 10% di tale somma la misura del danno concretamente risarcibile;
  • che ciò ha fatto, tuttavia, senza chiarire le ragioni di tale computo, non precisando, in particolare, la correlazione esistente tra la misura (tra l’altro, estremamente ingente) della riduzione e l’affermazione secondo cui, in base al cd. “id quod plerumque accidit“, il “ritardo nell’agire contro il debitore […] non può che diminuire progressivamente la possibilità di successo della realizzazione del credito“;
  • che, al riguardo, va rammentato che “l’esercizio, in concreto, del potere discrezionale conferito al giudice di liquidare il danno in via equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità”, ma solo a condizione che “la motivazione della decisione dia adeguatamente conto dell’uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito“, essendosi anche precisato che “al fine di evitare che la relativa decisione si presenti come arbitraria e sottratta ad ogni controllo, è necessario che il giudice indichi, almeno sommariamente e nell’ambito dell’ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al «quantum»”, risultando, in particolare, censurabili le liquidazioni basate su criteri “manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza“, ovvero l’esito della cui “applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto“;
  • che, difatti, la “liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. «pura», consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento“, pena, altrimenti, il “vizio di nullità per difetto di motivazione (indebitamente ridotta al disotto del «minimo costituzionale» richiesto dall’art. 111, comma 6, Cost.)”, nonché quello “di violazione dell’art. 1226 cod. civ.” (Cass. Sez. 3, sent. 13 settembre 2018, n. 22272, Rv. 650596-01);
  • che l’assenza di ogni motivazione, nella presente fattispecie, sui criteri seguiti per la quantificazione del danno, in particolar modo per giustificare la misura elevatissima della falcidia (90%) della somma corrispondente all’ammontare dei crediti in relazione ai quali la prescrizione decennale non era ancora maturata al momento della richiesta di restituzione degli assegni e degli effetti cambiari, integra uno di quei casi definiti in dottrina — con icastica espressione — di “equità cerebrina“;
  • che quello seguito, nella presente ipotesi, è un modello di valutazione equitativa non rispondente alla previsione legale di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ., a mente del quale (per dirlo con la già ricordata dottrina), “il giudice non può farsi guidare da concezioni personali o da mere intuizioni, col rischio di sconfinare nell’arbitrio”, avendo, invece, “il dovere di ispirarsi a criteri noti e generalmente accolti dall’ordinamento vigente, comportandosi come avrebbe fatto il legislatore se avesse potuto prevedere il caso“.

 

Qui l’ordinanza.

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