La patrimonializzazione dei dati personali nella giurisprudenza del Consiglio di Stato.



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Nota a Cons. di Stato, sez. VI, 29 marzo 2021, n. 2631

di Lucio Casalini

 

 

 

 

 

Con sentenza n. 2631 del 29 marzo 2021, il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato dalla società Facebook Ireland Limited avverso il provvedimento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), adottato il 29 novembre 2018[1], già impugnato di fronte al TAR Lazio[2].

L’AGCM contestava alle società Facebook Inc. e Facebook Ireland Limited due distinte pratiche commerciali scorrette, in violazione degli artt. 20, 21, 22, 24 e 25 del codice del consumo[3]: da una parte, pratiche qualificabili come ingannevoli, in quanto Facebook non informerebbe adeguatamente e immediatamente l’utente, in fase di attivazione dell’account, dell’attività di raccolta e utilizzo, per finalità informative e/o commerciali, dei dati che egli cede, rendendolo edotto della sola gratuità della fruizione del servizio, così da indurlo ad assumere una decisione che non avrebbe altrimenti preso (registrazione e permanenza sulla piattaforma); dall’altra, pratiche qualificabili come aggressive, consistenti nell’esercizio di un indebito condizionamento nei confronti dei consumatori registrati, i quali, in cambio dell’utilizzo di Facebook, verrebbero costretti a consentire a Facebook/terzi la raccolta e l’utilizzo, per finalità informative e/o commerciali, dei dati che li riguardano in modo inconsapevole e automatico, tramite un sistema di preselezione del consenso alla cessione e utilizzo dei dati.

La piattaforma, tuttavia, a seguito della pronuncia del TAR Lazio, confermativa del provvedimento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, si adeguava solo parzialmente al provvedimento, sì eliminando il claim sul carattere gratuito del servizio offerto dalla homepage (“Iscriviti. È gratis e lo sarà per sempre”), ma senza fornire indicazioni chiare circa l’uso commerciale dei dati degli utenti.

Mette conto rilevare, in particolare, come i giudici di Palazzo Spada, discostandosi dalla qualificazione di dato personale offerta in sede di impugnativa da parte di Facebook come res extra commercium, evidenzino piuttosto come la patrimonializzazione del dato personale, che nel caso di specie avviene inconsapevolmente, costituisce il frutto dell’intervento delle società attraverso la messa a disposizione del dato – e della profilazione dell’utente – a fini commerciali.

Segnatamente, il Consiglio di Stato si sofferma sulle convergenze tra diritto consumeristico e privacy, onde precisare che, allorquando il trattamento investa e coinvolga comportamenti e situazioni disciplinate da altre fonti giuridiche a tutela di altri valori e interessi (altrettanto rilevanti quanto la tutela del dato riferibile alla persona fisica), l’ordinamento – unionale prima e interno poi – non può permettere che alcuna espropriazione applicativa di altre discipline di settore, quale è quella, per il caso che qui interessa, della tutela del consumatore, riduca le tutele garantite alle persone fisiche.

Per il Collegio può quindi confermarsi che, diversamente da quanto ritenuto dalla società appellante, la disciplina della tutela della privacy e il Codice del consumo presentano ambiti operativi differenti e non contrastanti.

In questa prospettiva, il Consiglio di Stato aderisce all’orientamento secondo cui, per pacifica giurisprudenza, l’obbligo di estrema chiarezza gravante sul professionista deve essere da costui assolto sin dal primo contatto, attraverso il quale debbono essere messi a disposizione del consumatore gli elementi essenziali per un’immediata percezione della offerta pubblicizzata[4]. Come già rilevato dall’AGCM e dal giudice di prime cure, tale obbligo di chiarezza non risulta, nel caso di specie, rispettato.

Le riflessioni sollecitate dalla pronuncia in esame sono numerose e ne sottendono una, ancor più profonda, attorno all’ormai conclamata tensione tra privacy e data economy.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] AGCM provv. n. 27432 del 29 novembre 2018.

[2] TAR Lazio, sez. I, 10 gennaio 2020, n. 260.

[3] D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206.

[4] Cfr., fra le tante, Cons. Stato, Sez. VI, 14 ottobre 2019 n. 6984, 15 luglio 2019 n. 4976 e 23 maggio 2019 n. 3347.

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