Responsabilità nell’identificazione del prenditore (con particolare riferimento alla mancata verifica delle cc.dd. circostanze «anomali»).



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 14 aprile 2021, n. 9842.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte, nel condividerla, ha richiamato Cass., Sezioni Unite, 26 maggio 2020, n. 9769, secondo cui  «La spedizione per posta ordinaria di un assegno, ancorché munito di clausola di intrasferibilità costituisce, in caso di sottrazione del titolo e riscossione da parte di un soggetto non legittimato, condotta idonea a giustificare l’affermazione di colpa del mittente» in quanto l’«esposizione volontaria del mittente a un rischio superiore a quello consentito dal rispetto delle regole di comune prudenza e del dovere di agire per preservare gli interessi degli altri soggetti coinvolti nella vicenda». La spedizione per posta ordinaria di un assegno si configura perciò come «un antecedente necessario dell’evento dannoso, concorrente con il comportamento colposo eventualmente tenuto dalla banca nell’identificazione del presentatore».

Ha poi precisato che la mancata disponibilità di sottoscrizioni di comparazione della firma di traenza, che segue alla riscontrata assenza di specimen di firma viene, naturalmente, a sottolineare l’esigenza che l’attività di controllo della rispondenza della persona che presenta il titolo al reale beneficiario dello stesso sia particolarmente attenta. Per altro verso, l’accennata tipologia di peculiarità che connota l’assegno di traenza viene direttamente a orientare la verifica – da compiere per rispettare il criterio del diligente controllo professionale – verso il contorno dei diversi profili che risultino inerenti o in ogni caso richiamati dalla fattispecie concreta. E quindi verso più riscontri che comunque posseggono, per così dire, taglio non cartolare: nel senso, appunto, che non vengono a fare riferimento alla firma di traenza apposta sul titolo (al tempo della sua presentazione), né alle caratteristiche dell’«intrinseco» documentale.

In questo contesto, ruolo primario vengono di sicuro a svolgere – secondo i più consolidati standard valutativi presenti nella realtà sociale (su questo tema generale v. la recente disamina svolta dalla già citata Cass., n. 34107/2019) – i documenti di identità personale del presentatore, che sono riconosciuti come tali dall’ordinamento vigente. E così in particolare la documentazione rappresentata da «carta di identità, passaporto ovvero patente di guida» (tutti documenti, questi, che – si può in limine esplicitare – tra le altre cose contengono pure una rappresentazione «visiva» del loro titolare). Allo scrupoloso esame e controllo di questo genere di documenti dovrà dunque propriamente rivolgersi (e in via elettiva) l’attività della banca negoziatrice.

Fissato questo punto, è tuttavia da chiedersi ancora se la positiva effettuazione di un controllo tramite il riscontro di uno degli indicati documenti di identità venga comunque a esaurire senza residui la tematica del comportamento a cui la banca negoziatrice è tenuta per adempiere all’obbligo di diligente verifica. In relazione al detto interrogativo – è peraltro opportuno precisare subito – non viene in considerazione l’eventualità di procedere al controllo di non di uno, ma di più documenti di identità. Come ha messo in particolare luce la decisione di Cass., 34107/2019, la presentazione di due (o più) documenti di identità non esclude l’eventualità che entrambi siano contraffatti; né, per altro verso, la contraffazione di un secondo documento comporta, in linea di principio almeno, margini di difficoltà superiori a quelli rappresentati dalla contraffazione del primo. Del resto, quella della diligenza professionale ex art. 1176 comma 2 c.c.. è materia che, per sua propria natura, si orienta verso la qualità delle verifiche da porre in essere, non già sulla semplice quantità delle stesse.

In proposito il riferimento va, piuttosto, alla già sottolineata circostanza che, nel particolare caso dell’assegno di traenza, il controllo sull’identità della persona del presentatore risulta – assai più che nelle altre fattispecie di assegno – di per sé affidato alla verifica dei diversi dati «extracartolari» che la fattispecie concreta viene a presentare: come rappresentati dai documenti d’identità ovvero pure da altri aspetti. Ora, in una simile prospettiva non v’è ragione oggettiva per assegnare al controllo del documento d’identità un valore senz’altro esaustivo o tale da mettere sempre e comunque a tacere ogni diversa indicazione che, nell’eventualità, il contorno della fattispecie concreta venga a presentare. Il controllo affidato al documento di identità si pone cioè come aspetto «naturale» (o prioritario, o anche «tipico», se si preferisce) di un comportamento che aspiri a onorare la diligenza professionale, ma non può dirsi in sé stesso sufficiente. La concreta presenza in fattispecie di altri segnali – come divergenti da quelli nel caso portati dal riscontro di un documento di identità e di peso in sé significativo – viene in effetti a mettere in discussione l’esito del controllo e dunque ad esigere, sotto il profilo della valutazione di diligente comportamento della banca negoziatrice, l’effettuazione di altre, più specifiche e approfondite verifiche.

L’impugnata sentenza della Corte di Appello non si è discostata dalla sostanza delle regole che sono state appena enunciate. Essa, infatti, ha messo in chiara evidenza come, nel corso della controversia, sia emersa, e rimasta incontestata, la sussistenza in fattispecie di una serie di circostanze particolari, atte a destare l’oggettivo sospetto della non rispondenza del soggetto presentatore dell’assegno al beneficiario dello stesso; e pure ha rimarcato che la presenza di queste circostanze «anomali» avrebbe imposto – per il rispetto di un comportamento professionalmente diligente – l’espletamento di ulteriori e più specifiche verifiche da parte della banca negoziatrice, che per contro le aveva del tutto trascurate.

Così, in specie, la pronuncia ha valorizzato il fatto che, nel concreto, il prenditore non era un «cliente abituale» del locale ufficio postale; che, anzi, aveva appena aperto, proprio presso quell’ufficio, un apposito libretto postale; che su questo libretto aveva depositato le somme riscosse a mezzo dell’assegno, per poi esigerle appena qualche giorno dopo; che l’ufficio postale utilizzato per queste operazioni era situato in una parte del territorio italiano molto distante da quella propria dell’indirizzo del beneficiario del titolo. Ora, la valorizzazione di questa serie di circostanze nell’indicata prospettiva (della non diligenza del comportamento nel concreto tenuto dalla negoziatrice) risponde a un apprezzamento di fatto, la cui sindacabilità in sede di legittimità è limitata al profilo della manifesta non ragionevolezza e plausibilità.

Non par dubbio, peraltro, che la valutazione di «anomalia», che in proposito è stata effettuata dalla Corte d’appello, rispetti senz’altro il criterio della ragionevolezza: la catena delle dette circostanze rappresentando, se non altro, una delle più diffuse e conosciute modalità di «trarre profitto» da assegni di traenza in un modo o nell’altro sottratti dalla loro destinazione naturale.

 

 

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