Ipse dixit: sulla “inderogabilità” dell’interpretazione letterale.



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Nota a Corte Cost., 26 novembre 2020, n. 253.

di Antonio Zurlo

 

La Corte Costituzionale, con la sentenza in oggetto, si è pronunciata sull’interpretazione del secondo comma dell’art. 702ter c.p.c., che testualmente dispone: «Se rileva che la domanda non rientra tra quelle indicate nell’articolo 702-bis, il giudice, con ordinanza non impugnabile, la dichiara inammissibile. Nello stesso modo provvede sulla domanda riconvenzionale». Il giudice è, quindi, tenuto a dichiarare, in ogni caso, inammissibile la domanda riconvenzionale che, introducendo una causa in cui il tribunale decida in composizione collegiale (e non già monocratica), non possa essere proposta con il rito del procedimento sommario, di cui all’art. 702bis c.p.c.

La formulazione letterale di tale previsione non consente di enucleare in via interpretativa (sì come dedotto dall’Avvocatura Generale dello Stato) alcuna distinzione o eccezione, essendo unica la “sorte” di ogni domanda riconvenzionale che introduca una causa riservata alla cognizione dello stesso tribunale in composizione collegiale. Ciò anche laddove sussista (come nella fattispecie all’esame del giudice a quo) un rapporto di connessione forte per pregiudizialità – dipendenza tra causa principale e causa riconvenzionale.

L’interpretazione adeguatrice, orientata a rendere conforme il dettato normativo a Costituzione, ha pur sempre un insuperabile limite nel dato letterale della disposizione.

Invero, questa Corte ha, più volte, affermato che «l’univoco tenore della norma segna il confine in presenza del quale il tentativo interpretativo deve cedere il passo al sindacato di legittimità costituzionale»[1].

La finalità perseguita dal legislatore mediante tale disciplina (ovverosia, consentire, in ogni caso, che la domanda principale sia definita celermente nelle forme del procedimento sommario di cognizione) è legittima in quanto funzionale al principio di ragionevole durata del processo.

La norma censurata, nel prevedere in ogni caso (a prescindere, quindi, dal tipo di connessione sussistente tra la causa riconvenzionale e quella principale) la declaratoria di inammissibilità della prima (ove demandata alla cognizione del tribunale in composizione collegiale) pone una conseguenza sproporzionata e, quindi, irragionevole ex art. 3 Cost., rispetto al legittimo scopo perseguito dal legislatore.

È, invero, costante l’orientamento per cui, sebbene in materia di conformazione degli istituti processuali il legislatore goda di ampia discrezionalità e il controllo di costituzionalità debba limitarsi a riscontrare se sia stato (o meno) superato il limite della manifesta irragionevolezza o arbitrarietà delle scelte compiute, debba, comunque, essere verificato, in tale valutazione, che il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti non sia stato realizzato con modalità tali da determinare il sacrificio o la compressione di uno di essi in misura eccessiva e pertanto incompatibile con il dettato costituzionale. Tale giudizio deve svolgersi proprio attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi scelti dal legislatore nella sua discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità perseguite, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti[2].

La Consulta, in altre fattispecie di inammissibilità dell’atto introduttivo del giudizio, ha operato tale valutazione, ponendo in comparazione le opposte esigenze e ritenendo, conclusivamente, che «le conseguenze sfavorevoli derivanti dall’inammissibilità non sono adeguatamente bilanciate dall’interesse ad evitare l’abuso»[3].

Nella fattispecie attenzionata, il nesso di pregiudizialità comporta che la sorte della causa pregiudicata sia condizionata, logicamente e processualmente, da quella della causa pregiudicante e la disposizione censurata imponga al giudice adito con ricorso ex art. 702bis c.p.c. di dichiarare inammissibile, in ogni caso, la domanda riconvenzionale in limine, prima ancora e a prescindere dalla valutazione che lo stesso giudice sarà chiamato a effettuare sulla domanda principale, ex art. 702ter, quinto comma, c.p.c. In tal modo risultano ineluttabili gli inconvenienti della trattazione separata della causa pregiudicata, con procedimento sommario, e della causa pregiudicante, con procedimento ordinario, fino, talora, all’estremo del conflitto di giudicati. Anche se vari istituti ne consentono il raccordo fino alla possibilità di revocazione per contrasto di giudicati, resta fermo che gli inconvenienti della trattazione separata possono non compensare (e, nella generalità dei casi, non compensano) la pur presumibile maggiore rapidità della loro trattazione distinta.

 

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Corte Cost., n. 232/2013; Corte Cost., n. 174/2019; Corte Cost., n. 82/2017; Corte Cost., n. 36/2016.

[2] Cfr. ex plurimis Corte Cost., n. 71/2015; Corte Cost., n. 17/2011; Corte Cost., nn. 229/2010 e 50/2010; Corte Cost., nn. 221/2008 e 1130/1988; Corte Cost., n. 141/2011.

[3] Cfr. Corte Cost., n. 241/2017.

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