Il gioco dei tre componenti: sulla nullità della sentenza per la diversa composizione del Collegio giudicante.



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Nota a Cass. Civ., Sez. II, 26 gennaio 2021, n. 1616.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Nel caso di specie, con il primo motivo, la ricorrente censurava la nullità della sentenza per la diversa composizione del collegio, con violazione degli artt. 158 e 281sexies c.p.c., deducendo che, come sarebbe dato riscontrare dalla diversa indicazione dei giudici componenti il collegio in fase di discussione (così risultante dal verbale di udienza) rispetto a quello risultante dall’epigrafe della sentenza, il terzo giudice non avesse partecipato alla stesura della sentenza, comparendo, per converso, al suo posto, il nome di un altro componente.

A giudizio della Seconda Sezione Civile, la censura, sì come formulata, è infondata.

Invero, la non corrispondenza del Collegio, così come riportato nell’epigrafe della sentenza, con quello innanzi al quale era avvenuta la discussione orale, è causa di nullità della decisione solo in caso di effettivo mutamento del collegio medesimo. Il correlato onere probatorio di tale divergenza graverebbe sulla parte che se ne dolga, dovendosi presumere, in mancanza di elementi contrari e in difetto di autonoma efficacia probatoria dell’intestazione della sentenza, che i magistrati che abbiano partecipato alla deliberazione coincidano con quelli indicati nel verbale d’udienza, e che, consequenzialmente, la pronunzia sia affetta da mero un errore materiale[1]. Nel caso di specie, la ricorrente non avrebbe comprovato l’effettivo mutamento del Collegio, dovendosi, pertanto, ritenere la semplice erronea indicazione, nell’epigrafe dell’impugnata sentenza della Corte territoriale, di un giudice differente come componente del Collegio frutto di un mero refuso.

La pronuncia non pare immune da censure. Invero, come già prontamente evidenziato da autorevole dottrina[2], un siffatto onere probatorio si traduce in una probatio diabolica a carico del ricorrente asseritamente danneggiato dall’illegittimo mutamento del Collegio, tra l’udienza di discussione e la redazione e pubblicazione della sentenza; specie in precipua considerazione della circostanza per cui in udienza possano essere presenti giudici anche esterni al singolo Collegio (prassi tutt’altro che inusitata). Una simile prova si pone scientemente ai limiti (o, forse, oltre) la chiaroveggenza, dovendo dimostrare la fattiva presenza di un giudice in una situazione (e in un luogo) inaccessibile, quale la camera di consiglio, ben oltre, quindi, la validità del principio di autorappresentazione in sentenza.

Per giunta, subordinando la rilevanza della nullità alla verificazione fattiva di un nocumento per la parte deducente, in un certo qual senso, si indurrebbe una sorta di derubricazione della stessa (grave) invalidità codicisticamente prevista, che dovrebbe essere posta a preordinata garanzia del sistema ordinamentale, prescindente, in quanto tale, a un accertamento fattivo.

Occorre formulare qualche ulteriore considerazione. Invero, è stato costantemente affermato che, in tema di deliberazione collegiale della decisione, alla delibazione possano partecipare soltanto i giudici che abbiano assistito alla discussione; in altri termini, il Collegio che delibera la decisione deve (rectius, dovrebbe) essere, quindi, composto dagli stessi giudici innanzi ai quali è stata compiuta l’ultima attività processuale, dovendone conseguire la nullità della sentenza nel caso sia intervenuto un mutamento della composizione del medesimo[3].

In tal guisa, la violazione del principio dell’immutabilità è (rectius, dovrebbe essere) rinvenibile in tutti i casi in cui la composizione del Collegio che abbia pronunciato la sentenza sia diversa (anche solo parzialmente, come avvenuto nel caso di specie) da quella del Collegio che abbia assistito alla discussione: ne consegue, processualmente, che la nullità de qua possa essere fatta valere solo nei limiti e secondo le regole proprie del mezzo di impugnazione proponibile contro la sentenza[4] (il ricorso per cassazione).  

I Collegi delle Corti territoriali, dovendo procedere alla trattazione della causa in composizione collegiale (anche in fase istruttoria), sono chiaramente assoggettati al principio di immutabilità, che, come anticipato, dev’essere inteso finalizzato ad assicurare che i giudici che pronunciano la sentenza siano gli stessi che abbiano assistito alla discussione della causa; per coerenza sistematica, tale principio deve logicamente trovare applicazione dall’apertura della discussione fino alla delibazione della decisione[5].

All’anomala variazione conseguirebbe, dunque, una violazione del diritto (legittimo) della parte a che la propria causa fosse deciso dal Collegio che ne abbia avuto la piena cognizione, inclusiva, soprattutto, della discussione. In altri termini, si assisterebbe a una sorta di violazione della collegialità stessa della decisione: il componente da ultimo sostituito (ipoteticamente assente nell’udienza di discussione; anche perché non vi è un onere della parte a conoscere e riconoscere tutti i componenti della Sezione, potendo riporre affidamento sul discutere innanzi al proprio Collegio designato) potrebbe aver deciso in maniera poco informata o, comunque, tramite una narrazione de relato delle circostanze fattuali e processuali precedenti, con potenziali riflessi anche sulla formazione della maggioranza in seno alla camera di consiglio.

In sostanza, la lesione a carico del ricorrente sarebbe da identificarsi già in una deliberazione che potrebbe non essere stata “autenticamente” collegiale, stante una minimizzazione del ruolo decisorio del terzo componente.

In senso strettamente consecutivo, pare si debba individuare presuntivamente anche la realizzazione di un nocumento, grave e irreparabile (necessario, come anticipato, per denunciare un vizio fondato su di una pretesa violazione di una norma processuale, non giustiziabile di per sé)[6]. La mutazione del Collegio giudicante può scientemente configurarsi come causa diretta di un nocumento per il diritto di difesa delle parti, poiché, in costanza della designazione successiva all’ultima attività processuale, un componente giudicante ha astrattamente partecipato alla camera di consiglio senza aver presieduto a una precedente fase (su tutte, quella di discussione), potendo, quindi, non essere sufficientemente edotto in merito agli atti e non avere piena contezza degli accadimenti processuali, specie in considerazione della contrazione temporale e della contestualità sottesa alla letteralità dell’art. 281sexies c.p.c. Non pare possa tacersi, peraltro, come nei confronti del componente “subentrato” la parte potesse avere un legittimo motivo di ricusazione, certamente non censurabile preventivamente e in via astratta.

Richiedere un duplice, diabolico, onere della prova, sull’esatta individuazione (e partecipazione) dei tre componenti del Collegio in camera di consiglio e, ulteriormente, sul danno concretamente derivatone parrebbe tanto una riedizione di un famoso gioco di prestidigitazione, dall’esito scontatamente avverso per il ricorrente (e giustificativo di un procedimento prasseologicamente meccanografico della composizione degli Organi giudicanti).

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. II, 6 dicembre 2016, n. 24951; Cass. Civ., Sez. I, 30 settembre 2019, n. 24427.

[2] Il riferimento è a B. Sassani – B. Capponi, Il vizio di costituzione del giudice e la sua diabolica prova (a proposito di Cass., Sez. II, Ord. 26-01-2021, n. 1616), in Judicium – Il processo civile in Italia e in Europa, ISSN 2533-0632, Pacini Giuridica, judicium.it.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. II, 06.12.2016, n. 24951; Cass. Civ., Sez. II, 12.08.2009, n. 18268.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 25.11.1994, n. 10015.

[5] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 20.09.2013, n. 21667; Cass. Civ., Sez. I, 15.05.2009, n. 11295.

[6] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 10.07.2019, n. 18574.

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