Quid est veritas? Sull’obbligo generale di autocertificare la verità.



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Nota a Trib. Milano, 12 marzo 2021.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

La recentissima sentenza del GUP di Milano, oltre che a intervenire nel complesso accomodamento della normativa emergenziale alle garanzie ordinamentali, indugia sull’esistenza di un obbligo generale a dover dire la verità, sollecitando (suo malgrado) la riproposizione di uno dei più grandi interrogativi della storia dell’uomo: quid est veritas? Che cos’è la verità.

Per giunta, nel momento dell’anno più storicamente evocativo[1].

 

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In via preliminare, il GUP evidenzia come non sussistano, nemmeno astrattamente, i presupposti costitutivi della fattispecie delittuosa, di cui all’art. 483 c.p. Invero, tale norma incrimina esclusivamente il privato che attesti al pubblico ufficiale “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità”. Il riferimento ai “fatti” è contenuto: nell’art. 46 D.P.R. n. 445/2000, che consente di comprovare con una semplice autodichiarazione “in sostituzione delle normali certificazioni i seguenti stati, qualità personali e fatti”; nel primo comma dell’art. 47, che consente, del pari, al privato di sostituire l’atto di notorietà con una dichiarazione sostitutiva che abbia a oggetto “fatti che siano a conoscenza dell’interessato”; nel secondo comma della stessa disposizione da ultimo richiamata, che si riferisce, quale contenuto alternativo della dichiarazione del privato, agli “stati, qualità personali e fatti relativi ad altri soggetti di cui egli abbia diretta conoscenza”; da ultimo, nel terzo comma, che prevede che “nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e con i concessionari di pubblici servizi, tutti gli stati, le qualità personali e i fatti non espressamente indicati nell’art. 46 sono comprovati dall’interessato mediante la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà”.

Dovendo escludere che la norma de qua preveda un generale obbligo di veridicità nelle attestazioni che il privato renda al pubblico ufficiale, la destinazione “alla prova” è stata individuata nella specifica rilevanza giuridica che abbia la documentazione pubblica dell’attestazione del privato. Per pacifica giurisprudenza di legittimità, le false dichiarazioni del privato integrano il delitto di falso in atto pubblico quando sono destinate a provare la verità dei fatti cui si riferiscono, nonché a essere trasfuse in un atto pubblico; secondo la Corte, il delitto ex art. 483 c.p. sussiste solo laddove l’atto pubblico, nel quale la dichiarazione del privato sia stata trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati e, cioè, quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero, ricollegando specifici effetti all’atto – documento nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale (a titolo meramente esemplificativo, integra il reato de quo la falsa dichiarazione circa le condizioni di reddito fungenti da presupposto per l’assegnazione di una casa popolare o per l’ottenimento di un abbonamento mensile a tariffa agevolata). In una simile prospettiva, il delitto di cui all’art. 483 c.p. si consuma non nel momento in cui il privato rende la dichiarazione infedele, ma, per converso, in quello della relativa percezione da parte del pubblico ufficiale, che la trasfonde nell’atto pubblico.

Ciò premesso, in tutti i casi non dissimili da quello in esame, ovverosia laddove l’autodichiarazione, in ipotesi infedele, sia resa dal privato all’atto di un controllo casuale sul rispetto della normativa emergenziale, a giudizio del giudice milanese, appare difficile stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire, con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge. Invero, da un lato, il controllo successivo sulla veridicità di quanto dichiarato dai privati è solo eventuale e non necessario da parte della Pubblica Amministrazione: pertanto, quanto dichiarato dal singolo, all’atto della sottoscrizione dell’autodichiarazione potrebbe restare priva di qualunque conseguenza giuridica. Dall’altro, occorrerebbe ipotizzare che l’atto destinato a comprovare la verità dei fatti autodichiarati e certificati dal privato sia il successivo (eventuale) verbale di contestazione di una sanzione amministrativa o l’atto di contestazione di un addebito di natura penale, come l’atto di “informativa ai fini della conoscenza del procedimento” e il “verbale di identificazione e dichiarazione o elezione di domicilio”; a tal riguardo, il giudice rileva come, all’epoca di commissione del fatto contestato, la violazione delle prescrizioni contenute nel D.p.c.m. 8 marzo 2020, relative al divieto di spostamento fuori dalla propria abitazione o comune di residenza, se non per le compravate ragioni ivi previste, fosse sanzionata ai sensi dell’art. 650 c.p.

Appare evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di “dire la verità” sui fatti oggetto dell’autodichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile, nel nostro panorama ordinamentale, una norma giuridica che ricolleghi specifici effetti a uno specifico atto – documento, nel quale la dichiarazione falsa del privato sia in ipotesi inserita dal pubblico ufficiale.

Volendo opinare diversamente, si addiverrebbe alla conclusione per cui il privato sia obbligato a “dire il vero” sui “fatti” oggetto dell’autodichiarazione resa, pur sapendo che ciò potrebbe comportare la sua sottoposizione a indagini per la commissione di una condotta avente rilevanza penale o, ancora, il suo assoggettamento a sanzioni amministrative pecuniarie, anch’esse parimenti afflittive e punitive.

Un simile obbligo, di riferire la verità, non è previsto da alcuna norma di legge e una sua ipotetica configurazione si porrebbe in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo, ex art. 24 Cost., e con il principio nemo tenetur se detegere, in quanto il privato, scegliendo legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative, verrebbe comunque assoggettato a sanzione penale per le false dichiarazioni rese. In altri termini, aderendo alla prospettiva del P.M. procedente, il privato si sarebbe trovato di fronte all’alternativa di scegliere tra riferire il falso, per non subire conseguenze per sé pregiudizievoli, venendo, pur tuttavia, assoggettato a sanzione penale, ai sensi degli art. 483 c.p. e 76 D.P.R. n. 445/2000, oppure, alternativamente, riferire il vero, nella consapevolezza di poter essere sottoposto a indagini per il reato di cui all’art. 650 c.p. Una siffatta conclusione si porrebbe in aperta ed evidente conflittualità con il diritto di difesa dell’imputato, da un lato, e, dall’altro, deve essere esclusa alla luce della letteralità dell’art. 483 c.p. e della strutturazione del fatto tipico sotteso al delitto di falso ideologico, per come interpretato dalla giurisprudenza di legittimità.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Il riferimento è a Vangelo di Giovanni, 18:38: “Pilato gli chiese: «Che cosa è verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo alcuna colpa in lui».”.

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