La rilevanza dell’età anagrafica dell’Investitore.



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Nota a ACF, 10 marzo 2021, n. 3532.

di Donato Giovenzana

 

Il Collegio arbitrale pur non potendo accogliere il ricorso avanzato in mancanza di effettive perdite patite dall’erede dell’investitore rispetto al capitale complessivamente investito dal de cuius ha stigmatizzato quanto segue.

Non può affermarsi che il resistente, nel raccomandare l’operatività di cui trattasi, abbia operato al fine di perseguire il miglior interesse del cliente come imposto dall’art. 21 del TUF, avendolo indotto a compiere un numero significativo di investimenti non in linea con il suo profilo di rischio prudente, in taluni casi inducendolo a disinvestire titoli più conservativi ma così derivandone un innalzamento dei rischi associati al portafoglio, non tenendo oltretutto adeguatamente conto dell’età del cliente (all’epoca dei primi investimenti in contestazione già settantasettenne).

Con riguardo a tale ultimo profilo, il Collegio ha avuto modo di affermare, in una decisione assunta nei confronti del medesimo Intermediario odierno resistente e riguardante una polizza unit linked, che l’Intermediario avrebbe dunque dovuto, nel caso di specie, non limitarsi alla formale acquisizione di dichiarazioni sull’orizzonte temporale di lungo periodo (superiore ai sessanta mesi) e di un consenso scritto in ordine alla sottoscrizione dei prodotti rischiosi.

In particolare, l’intermediario avrebbe dovuto tenere in preminente considerazione l’età anagrafica dell’investitore, in base alla quale anche valutare la compatibilità di essa con la sottoscrizione di strumenti finanziari che presuppongano orizzonti temporali superiori ai sessanta mesi e, quindi, evidentemente carenti di adeguatezza rispetto al caso singolo.

 

 

Qui la decisione.

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