Della revocatoria delle rimesse bancarie e relativo onere probatorio.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 28 gennaio 2021, n. 1795.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Cassazione nel giudizio avente ad oggetto la revocatoria di rimesse bancarie, la negazione ad opera della banca della natura solutoria di quelle impugnate non integra un’eccezione in senso proprio, risolvendosi nella contestazione del titolo posto a fondamento della domanda, con la conseguenza che l’onere probatorio rimane fermo a carico dell’attore; nell’ambito di un simile giudizio incombe quindi al curatore del fallimento l’onere di fornire la prova della natura solutoria delle rimesse in conto corrente bancario, nonché del presupposto della stessa, costituito dall’esistenza di uno scoperto del conto; diverso è il caso in cui la difesa della banca contempli l’allegazione di un fatto impeditivo all’individuazione di uno scoperto di conto, quale l’esistenza di un’apertura di credito, in quanto una simile eccezione impone all’istituto di credito di dimostrare i propri assunti, ai sensi dell’art. 2697, comma 2, cod. civ.; la banca che eccepisce la natura non solutoria della rimessa, per l’esistenza alla data della stessa di un contratto di apertura di credito, ha quindi l’onere di dimostrarne la stipulazione; pertanto, l’onere probatorio rimane distribuito nel senso che alla curatela fallimentare spetta la dimostrazione della sussistenza della rimessa, della sua effettuazione nel periodo sospetto e della scientia decoctionis da parte della banca, mentre quest’ultima ha l’onere di provare, onde escludere la natura solutoria del versamento, sia l’esistenza, alla data di questo, di un contratto di apertura di credito, sia l’esatto ammontare dell’affidamento accordato al correntista alla medesima data; non erra quindi la sentenza impugnata laddove imputa alla banca l’onere di dimostrare e documentare l’effettiva esistenza di un contratto di apertura di credito alla data del 21 luglio 2010, epoca in cui le rimesse vennero effettuate;

La Suprema Corte ha già avuto modo di chiarire che la costante scopertura del conto è, di per sé, circostanza equivoca, che potrebbe essere indicativa anche della fiducia riposta dalla banca nelle capacità economiche del proprio cliente, e che non può costituire elemento presuntivo così grave da fondare da sola la prova della ricorrenza del presupposto soggettivo dell’azione revocatoria, a meno che, però, il giudice non chiarisca appieno le ragioni (ad esempio durata, ammontare, progressività dello sconfinamento) che lo hanno indotto a ravvisare nel dato un segnale certo dell’insolvenza del correntista, che non poteva sfuggire all’attenzione della creditrice; il che è esattamente quel che ha fatto la Corte di merito, la quale ha espressamente rilevato come il saldo negativo dei conti fosse “costante”, “consistente” e “crescente”, “fino a euro 108.676”, e rispetto a un simile “andamento negativo dei conti, non affidati” ha ritenuto che le molteplici segnalazioni inviate dalla stessa banca alla centrale rischi consentissero di presumere una “cognizione effettiva” della condizione di insolvenza in cui versava la cliente; per di più una simile valutazione è stata compiuta, correttamente, anche alla luce delle capacità dell’istituto di credito di “monitorare e seguire lo stato economico del cliente”, poiché la qualità di operatore economico qualificato della banca convenuta impone di considerare la professionalità ed avvedutezza con cui normalmente gli istituti di credito esercitano la loro attività; nessuna contestazione può quindi essere fondatamente mossa rispetto all’apprezzamento del requisito della gravità — da intendersi quale grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto che, sulla base della regola d’esperienza adottata, è possibile desumere dal fatto noto — rispetto alle circostanze individuate quale punto di partenza dell’inferenza.

 

Qui la pronuncia.

 

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