Risarcimento per patologia conseguente a vaccinazione sperimentale: la pronuncia della Cassazione.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 10 novembre 2020, n. 25272.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze di fatto.

I genitori convenivano in giudizio la Casa farmaceutica produttrice di un vaccino inoculato alla propria figlia, nonché il medico autore materiale della somministrazione e l’AUSL competente della struttura sanitaria presso cui si era consumato l’evento vaccinale e la conseguente lesione, asserendo che la bambina fosse nata senza alterazioni, segno clinico o segnalazione anamnestica di ritardo nelle acquisizioni psicomotorie e che, a seguito della sottoposizione volontaria al vaccino sperimentale, avesse avuto dei segnali di reazione avversa (rialzo febbrile e otite bilaterale) e fosse stata ricoverata, dopo 25 giorni dalla vaccinazione, per una porpora trombocitopenica; che, da ultimo, la figlia fosse stata dimessa con una diagnosi di una progressiva regressione del linguaggio, fino alla completa scomparsa. Alla stessa, in esito a una successiva visita neuropsichiatrica, venne diagnosticata una forma di autismo. Gli attori evidenziavano di non aver ricevuto un’adeguata informazione per il consenso alla vaccinazione, nonché il mancato monitoraggio della propria bambina nei giorni immediatamente successivi alla somministrazione e il mancato riscontro alle reazioni manifestate; ciò premesso, chiedevano il risarcimento dei danni, allegando una correlazione tra l’infermità e la sperimentazione medica riferita.

Resistevano l’AUSL, che chiamava in causa le proprie compagnie di assicurazione, il medico autore della somministrazione e la Casa farmaceutica. Il Tribunale separava la causa contro quest’ultima convenuta, in relazione all’eccezione di carenza di legittimazione passiva, e rigettava la domanda attorea, affermando l’insussistenza del nesso eziologico e la regolarità del consenso informato.

La Corte d’Appello confermava la decisione di prime cure, evidenziando che l’allegazione di una correlazione tra autismo e non già la vaccinazione, bensì l’evento anomalo di porpora trombocitopenica, formulata con il gravame, fosse nuova, al pari del documento, rappresentato da una perizia medica di parte (offerto in produzione solo in secondo grado): trattandosi di nuova causa petendi e documento tardivo, la prospettazione era, consequenzialmente, inammissibile. Del pari,
la mera ipotesi del consulente di parte, di un’incidenza causale indiretta, avvenuta con un danno al sistema nervoso centrale, era anche sfornita di prova, posti gli accertamenti sanitari effettuati nel periodo del ricovero esitato con una dimissione per risoluzione del quadro clinico. Da ultimo, non emergevano neppure ambiguità della scheda di consenso informato, poiché era indicata la possibilità della manifestazione di «effetti avversi (negativi) che attualmente non si conoscono».

Avverso tale ultimo pronunciamento, proponeva ricorso per cassazione la madre della bambina, nella sua qualità di amministratrice di sostegno, articolando due motivi; resistevano con controricorso il medico, l’AUSL e le compagnie assicurative.

I motivi di ricorso.

Con il primo motivo di ricorso, si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 116, 345, c.p.c., nonché degli artt. 40 e 41 c.p., poiché la Corte d’Appello avrebbe errato, mancando di considerare che le risultanze peritali officiose avessero concluso per una verosimile correlazione tra la somministrazione vaccinale e la sindrome clinica di porpora diffusa (ovvero trombocitopenica), rispetto alla quale l’autismo (sì come argomentato dalla consulenza medica di parte, prodotta in seconde cure) era stato un epifenomeno, laddove la domanda era restata quella di risarcimento di ogni voce di danno correlabile eziologicamente ai fatti storici riportati e risultati.

Con il secondo motivo, per contro, si deduce la violazione degli artt. 13, 32, Cost., nonché dell’art. 2043 c.c., in uno all’omesso esame di un fatto decisivo e discusso, poiché i giudici di secondo grado avrebbe errato nel non considerare che il consenso dovesse essere informato, in relazione alla capacità di comprensione del soggetto coinvolto: di talché, avrebbero dovuto rappresentare tutte le possibili conseguenze di un atto terapeutico non necessario, assicurandosi del reale intendimento del consenziente. L’adempimento dell’obbligazione contrattuale de qua avrebbe dovuto essere pienamente provato dalla controparte debitrice.

La decisione della Corte.

La Terza Sezione Civile ritiene il primo motivo, sì come formulato, in parte inammissibile e in parte infondato. Invero, la Corte territoriale ha rilevato che il fatto costitutivo della domanda risarcitoria, cristallizzatosi in primo grado, fosse l’addebito della relazione eziologica tra autismo e vaccinazione sperimentale, smentito dall’istruttoria. La prospettazione del nesso tra somministrazione e porpora diffusa (ovvero trombocitopenica) era, quindi, estraneo al perimetro quale definito dalla domanda, sia sotto il profilo della mediazione eziologica dell’assunto epifenomeno, sia come lesione in sé, perché non di quell’evento lesivo si discorreva, conclusivamente, nella pretesa quale ricostruita. La parte, al contempo, nel censurare l’interpretazione della domanda, non riporta il tenore della citazione, (essendo, a tal riguardo, evidente che non basta un mero inciso narrativo) e, al contempo, critica un accertamento di fatto, quale la ricostruzione della domanda effettuata dal giudice di merito. Con riferimento alla prima osservazione, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un error in procedendo, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, per cui il ricorrente non è dispensato dall’onere di dettagliare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato: tale precisazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, ex art. 366, n. 6, c.p.c., sicché il ricorrente non può limitarsi a rinviare all’atto in parola o riportarne un segmento, ma deve riportarne il contenuto nella compiuta misura necessaria[1].

In relazione al secondo profilo, deve osservarsi che l’erronea interpretazione delle domande e delle eccezioni non possa porre in discussione un significato normativo, ma la sua concreta applicazione operata dal giudice di merito, il cui apprezzamento, al pari di ogni altro giudizio di fatto, può essere esaminato in sede di legittimità soltanto sotto il profilo (nel caso di specie, non sollevato) del vizio di motivazione, entro i limiti in cui tale sindacato è ancora consentito dal vigente art. 360, primo comma, n. 5), c.p.c.[2] (fermo l’ulteriore limite, ex art. 348ter, quinto comma, c.p.c.).

Il secondo motivo è, per converso, inammissibile. Invero, la Corte d’Appello ha accertato in fatto che il consenso informato fosse stato correttamente acquisito, tenendo in considerazione che: a) fosse noto trattavasi di una vaccinazione sperimentale; b) fosse stata evidenziata la possibilità di eventi avversi sconosciuti, da porre in correlazione con la natura dell’inoculazione dei vaccini P31 e P32 in concomitanza con l’MMR vaccino anti morbillo, parotite e rosolia. La censura sottende, quindi, una rilettura istruttoria; peraltro, trattandosi di c.d. doppia conforme da parte dei due giudici di merito, all’ammissibilità della censura sotto il profilo dell’omesso esame, osta l’art. 348ter, quinto comma, c.p.c. Onde evitare l’inammissibilità della censura, il ricorrente in cassazione deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che queste siano tra loro diverse[3] (prova, nel caso di specie, non addotta).

Ne consegue il rigetto del ricorso, con compensazione delle spese, in ragione dell’eccezionalità della vicenda.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Cfr. Cass., 25/09/2019, n. 23834; Cass., 29/09/2017, n. 22880.

[2] Cfr. Cass., 03/12/2019, n. 31546.

[3] Cfr. Cass., 22/12/2016, n. 26774; Cass., 06/08/2019, n. 20994.

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