Legittimità della revoca del conto ad nutum (con congruo preavviso e se il cliente sia “inaffidabile”).



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 22 dicembre 2020, n. 29317.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte ha richiamato la giurisprudenza di legittimità secondo cui il recesso di una banca da un rapporto di apertura di credito in cui non sia stato superato il limite dell’affidamento concesso, benché pattiziamente previsto anche in difetto di giusta causa, deve considerarsi illegittimo, in ragione di un’interpretazione del contratto secondo buona fede, ove in concreto assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari, contrastando, cioè, con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai rapporti usualmente tenuti dalla banca ed all’assoluta normalità commerciale di quelli in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista redditizia per il tempo previsto e non sia, dunque, pronto alla restituzione, in qualsiasi momento, delle somme utilizzate. Il debitore il quale agisce per far dichiarare l’arbitrarietà del recesso ha l’onere di allegare l’irragionevolezza delle giustificazioni date dalla banca, dimostrando la sufficienza della propria garanzia patrimoniale così come risultante a seguito degli atti di disposizione compiuti.

In punto di ripartizione degli oneri probatori, è stato anche precisato che il recesso dal contratto di apertura di credito costituisce una facoltà riconosciuta dall’art. 1845 c.c., sicché risulta adeguatamente motivato anche attraverso il mero richiamo a quella norma; è invece la parte che assume l’illegittimità del recesso (ad esempio per arbitrarietà e contrarietà al principio di buona fede) che ha l’onere di enunciarne le ragioni e di fornire la relativa prova nel caso concreto.

Secondo la Cassazione, il comportamento negoziale adottato dalla banca, per un verso, è conforme al dettato normativo di cui all’art. 1845, terzo comma, c.c. (il cui precetto consente, nel rapporto negoziale di contratto di apertura di credito a tempo indeterminato, il recesso ad nutum da parte dei contraenti, salvo il preavviso) e, per altro verso, non può neanche ritenersi contrario a buona fede esecutiva ex art. 1375 e 1175 c.c.. Ed invero, sotto quest’ultimo profilo va evidenziato come risulta circostanza neanche contestata e peraltro documentalmente provata quella secondo cui il correntista aveva ripetutamente superato il limite del fido concesso dalla banca con il contratto di apertura di credito, sino alla diffida della banca di rientrare dallo scoperto con un termine di adempimento concesso congruamente in dieci giorni.

Ne consegue che, nel corso dell’esecuzione di un rapporto di apertura di credito bancario a tempo indeterminato, risulta legittimo l’esercizio del diritto di recesso ad nutum dell’istituto di credito purché anticipato dalla comunicazione al cliente di un congruo preavviso, posto che tale facoltà è espressamente prevista dall’art. 1845, terzo comma, c.c. e perché tale condotta negoziale della banca non entra neanche in conflitto con il principio generale di buona fede esecutiva di cui all’art. 1375 c.c., allorquando si sia in presenza di comportamenti inaffidabili del debitore che, come nel caso di specie, ha ripetutamente ed in modo ingiustificato superato il limite di affidamento concesso dalla banca. Né, in tal caso, la condotta omissiva della banca può essere intesa come autorizzazione ad un innalzamento del limite dell’apertura di credito, dovendo essere invece ricondotta ad un atteggiamento di mera tolleranza, in attesa del corretto adempimento da parte del correntista dell’obbligo di rientrare dall’esposizione debitoria non autorizzata.

 

Qui la pronuncia.

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