Il potere di sottoscrizione di una fidejussione nella società di persone.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 8 luglio 2020, n. 14254.

di Donato Giovenzana

 

La ricorrente ha denunciato la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2298 e 2315 c.c., per avere la Corte di Appello “errato in diritto, avendo ritenuto sufficiente l’astratta previsione della facoltà di rilasciare fideiussioni nell’oggetto sociale“, rilevando come la decisione impugnata si ponesse in contrasto con i principi espressi da Cass. n. 25409/2016, secondo cui, “ai fini della valutazione della pertinenza di un atto degli amministratori di una società all’oggetto sociale, il criterio da seguire è quello della strumentalità, diretta o indiretta, dell’atto rispetto all’oggetto sociale stesso, inteso come la specifica attività economica (di produzione o scambio di beni o servizi) concordata dai soci nell’atto costitutivo in vista del perseguimento dello scopo proprio dell’ente, mentre non è sufficiente il criterio della astratta previsione, nello statuto, del tipo di atto posto in essere; da un lato, infatti, la elencazione statutaria di atti tipici non potrebbe mai essere completa, data la serie infinita di atti, di vario tipo, che possono essere funzionali all’esercizio di una determinata attività; dall’altro, anche l’espressa previsione statutaria di un atto tipico non assicura che lo stesso sia, in concreto, rivolto allo svolgimento di quella attività“.   La Suprema Corte ha espresso al riguardo le considerazioni secondo cui  

  • la sentenza di appello appare coerente col dettato dell’art. 2298 c.c., che evidenzia la necessità di fare riferimento all’oggetto sociale, fatte salve le limitazioni risultanti dall’atto costitutivo o dalla procura (semprechè siano iscritte nel registro delle imprese o siano comunque provate conosciute dai terzi), con ciò mostrando di considerare rilevante il dato oggettivo della previsione dell’atto nell’oggetto sociale, senza suggerire la necessità di un accertamento caso per caso della sua effettiva strumentalità rispetto a tale oggetto;

  • nell’ottica di un bilanciamento fra le ragioni della società e quelle dell’affidamento dei terzi, tale norma riconosce dunque rilievo preminente al dato della formale indicazione dell’atto nell’oggetto sociale, senza rimandare ad una verifica in concreto della strumentalità, mediante un accertamento che sarebbe decisamente arduo per il terzo e che introdurrebbe elementi di persistente incertezza circa l’efficacia di singoli atti, pur astrattamente previsti nell’oggetto sociale;

  • va segnalato, al riguardo, come già Cass. n. 4774/1999 avesse evidenziato la necessità di tutelare l’affidamento dei terzi rilevando che, “in tema di limiti ai poteri degli amministratori delle società derivanti dall’oggetto sociale, l’introduzione, in relazione alla disciplina delle società di capitali, delle regole contenute negli artt. 2384 e 2384 bis c.c. – che, a differenza di quanto dispone, per le società di persone, l’art. 2298 c.c., escludono che le predette limitazioni, pur se pubblicate, siano opponibili ai terzi, salvo che si provi che questi abbiano agito intenzionalmente a danno della società, e comunque che l’estraneità all’oggetto sociale degli atti compiuti dagli amministratori in nome della società possa essere opposta ai terzi in buona fede – non è suscettibile di applicazione analogica nei confronti delle società di persone, regolate da specifiche norme. Tuttavia, essa svolge un indubbio effetto di “irraggiamento” sull’intero sistema, nel senso di imporre, anche in relazione alle società da ultimo citate, in ossequio al principio della tutela dell’affidamento dei terzi, una concezione più sfumata dei limiti al potere di rappresentanza degli amministratori derivanti dall’oggetto sociale, da intendere con molta larghezza“;

  • va pertanto superato il diverso principio espresso da Cass. n. 25409/2016 che, peraltro, faceva riferimento ad un’ipotesi in cui – a differenza del caso in esame – l’oggetto sociale faceva solo generico riferimento a “tutte le operazioni immobiliari” e a “tutte le operazioni di ordinaria e straordinaria amministrazione occorrenti per il raggiungimento dell’oggetto sociale” e nella quale l’atto ritenuto eccedente era consistito nella vendita di tutti i terreni della società, in cui era stata ravvisata una “sostanziale liquidazione del patrimonio della società stessa”;

  • deve peraltro precisarsi, sempre nell’ottica dell’equo bilanciamento sopra indicato, che, a fronte di un’espressa previsione statutaria che contempli un atto fra quelli consentiti a chi abbia la rappresentanza di una società di persone, non dovrà essere il terzo a dimostrare l’effettiva pertinenza dell’atto all’oggetto sociale, ma potrà essere la società a provare – con onere a suo carico – che, a prescindere dalla formale previsione, l’atto compiuto è estraneo all’oggetto sociale.

 

Qui la pronuncia.

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