Impossibilità della Banca di opporre al curatore la mancata contestazione degli estratti conto da parte del fallito.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 14 luglio 2020, n. 14957.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte, in relazione allo specifico motivo di doglianza avanzato dalla banca, osserva come sia destituito di fondamento, in diritto, il rilievo circa la tardività delle contestazioni degli estratti conto che fossero stati già comunicati al fallito e che questi non abbia contestato: e ciò in quanto la banca non può pretendere di opporre al curatore, che è terzo, gli effetti che, ex art. 1832 c.c., derivano, tra le parti del contratto, dall’approvazione anche tacita del conto da parte del correntista, poi fallito, e dalla di lui decadenza dalle impugnazioni.   Come noto, l’art. 1832 comma 1 c.c. prevede che “l’estratto conto trasmesso da un correntista all’altro s’intende approvato, se non è contestato nel termine pattuito o in quello usuale”.   Sulla scorta degli artt. 1832 c.c. e 119 t.u.b., le banche, in ambito fallimentare – come nel caso della fattispecie de qua – tentano di sostenere che il curatore non potrebbe sollevare contestazioni dell’estratto conto in ragione del decorso termine di 60 giorni previsto dalla legge o del diverso termine stabilito contrattualmente.   La Suprema Corte nega, invece, che l’art. 1832 c.c. possa determinare una preclusione – in virtù della mancata contestazione degli estratti conto – opponibile al fallimento. Secondo la Cassazione, difatti, l’art. 1832 c.c. riguarda il rapporto di conto corrente, intercorrente fra banca e correntista; il curatore è soggetto terzo rispetto a detto contratto, con l’effetto che le eventuali preclusioni derivanti dalla mancata contestazione non gli sono opponibili.   Ed invero, secondo dottrina e giurisprudenza, il curatore non è un successore del fallito, ma un mero gestore del patrimonio del fallito. La sentenza dichiarativa di fallimento determina il c.d. “spossessamento” del fallito (art. 42 co. 1 L.F.),  con la conseguenza che egli non ha più né l’amministrazione né la disponibilità dei beni, ed i relativi poteri si trasferiscono al curatore, il quale resta, in ogni caso, un mero gestore di patrimonio altrui e non un successore dell’imprenditore fallito.

 

 

Qui la pronuncia.

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