L’ammissione al passivo di crediti bancari da conto corrente e la questione della data certa.



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Nota a Cass. civ., Sez. I, n. 27203 del 23 ottobre 2019

di Valerio Sangiovanni

 

 

 

 

Sommario: 1. L’ammissione al passivo di crediti bancari. – 2. I crediti da conto corrente. – 3. Il tema della data certa dei crediti bancari. – 4. Il distinto caso dei crediti da mutuo.

 

1. L’ammissione al passivo di crediti bancari.

L’ordinanza in commento si occupa della prova del credito bancario nelle procedure concorsuali. In particolare il provvedimento in esame concerne l’identificazione dei documenti che è necessario produrre per ottenere l’ammissione del credito e si sofferma sul requisito della data certa.

Va premesso che, in caso di procedure concorsuali, fra i principali creditori che cercano soddisfazione nel fallimento rientrano tipicamente le banche, il cui oggetto sociale consiste appunto nell’erogare finanziamenti. Più precisamente le finanziarie possono vantare crediti da esposizioni debitorie in conto corrente oppure crediti da finanziamenti (mutui). Quale che sia l’origine del credito, in caso di dichiarazione di fallimento del debitore, è necessario per la banca presentare domanda di ammissione al passivo, pena la perdita definitiva del credito.

Il creditore deve presentare domanda di ammissione al passivo e, a questo riguardo, l’art. 93 comma 6 l. fall. stabilisce che al ricorso sono allegati i documenti dimostrativi del diritto del creditore. Nel caso di chiusura di un conto corrente in rosso, quali sono allora i documenti che la banca creditrice deve trasmettere al curatore per ottenere l’ammissione del proprio credito? Per rispondere a questo quesito bisogna tenere in considerazione anche l’art. 94 l. fall., secondo cui la domanda di ammissione al passivo produce gli effetti della domanda giudiziale Essendo la domanda di ammissione al passivo equiparata a una domanda giudiziale, gli oneri probatori sono particolarmente stringenti per chi asserisce di vantare un credito. Più in generale, è quasi superfluo ricordare che l’art. 2697 comma 1 c.c. stabilisce che chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.

In merito ai documenti necessari per ottenere l’ammissione al passivo dei crediti bancari bisogna distinguere fra esposizioni da conto corrente e esposizioni da mutui. Nel caso di conto corrente la prova è più complessa perché il saldo creditore finale, di cui viene chiesta l’ammissione, è la risultante di moltissime operazioni di addebito e di accredito avvenute nel corso degli anni, circostanza che rende necessaria la produzione non solo del contratto, ma anche degli estratti conto nella loro completezza. Nel diverso caso dei mutui, può invece bastare la produzione del contratto di mutuo, il quale dimostra che il mutuatario ha ricevuto la somma indicata nel contratto, ed è dunque obbligato a restituirla alla banca.

 

2. I crediti da conto corrente.

L’ordinanza in commento si occupa di ammissione al passivo di crediti da conto corrente. Nell’ambito di un contratto bancario di conto corrente, la banca deve produrre al curatore il testo del contratto di conto corrente nonché gli estratti conto da cui risulta l’attuale esposizione debitoria.

Il punto è che il contratto di conto corrente, di per sé, non è idoneo a generare una posizione creditoria della banca, in quanto il contratto di conto corrente non autorizza il correntista ad andare in rosso, prelevando somme che non sono disponibili sul conto. Bisogna difatti distinguere fra la nozione di “affidamento” e la nozione di “sconfinamento”. Affinché si possa creare una esposizione debitoria in conto, è necessario che – oltre al contratto di conto corrente – sia stipulato un secondo e distinto contratto di apertura di credito (“affidamento” o “linea di credito”). La legge definisce l’apertura di credito bancario come il contratto col quale la banca si obbliga a tenere a disposizione dell’altra parte una somma di danaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato (art. 1842 c.c.). In caso dunque di un affidamento, la banca – in sede di domanda di ammissione del proprio credito al passivo fallimentare – deve produrre anche copia del contratto di apertura di credito. Se invece gli estratti conto mostrano un saldo debitore negativo senza la presenza di un contratto di affidamento ricorre la distinta figura dello “sconfinamento”[1].

Riassumendo, sono tre i documenti che la banca deve produrre al curatore per ottenere l’ammissione di un proprio credito risultante da estratto conto:

  1. il contratto di conto corrente (art. 1823 c.c.);
  2. il contratto di apertura di credito (art. 1842 c.c.);
  3. l’estratto conto con indicazione del saldo debitore finale.

Prodotti questi documenti, in linea di principio nulla osta all’ammissione del credito della banca.

 

3. Il tema della data certa dei crediti bancari.

Va tuttavia rilevato che i contratti conclusi fra banca e correntista (contratto di conto corrente) e fra banca e affidato (contratto di apertura di credito) sono contratti intercorsi fra persone rispetto alle quali il curatore si pone come terzo. Il curatore può insomma opporre alla banca il difetto di data certa dei contratti. Come è noto, la data della scrittura privata della quale non è autenticata la sottoscrizione non è certa e computabile riguardo ai terzi, se non dal giorno in cui la scrittura è stata registrata (art. 2704, comma 1, c.c.). Si tratta esattamente della questione centrale affrontata nell’ordinanza della Corte di cassazione in commento.

I contratti di conto corrente e di apertura di credito non presentano di norma firme autenticate né sono assoggettati a registrazione, così che la loro data è incerta e il curatore può opporre alla banca che chiede l’ammissione del credito l’assenza di data certa.      

Nel caso in commento la banca chiedeva l’ammissione al passivo relativamente a un credito risultante da conto corrente. L’istituto di credito, diligentemente, produceva sia il contratto di conto corrente sia il contratto di apertura di credito. Il credito tuttavia non veniva ammesso nella sua interezza perché il contratto di apertura di credito non aveva data certa.

In genere i contratti di conto corrente sono dei meri contratti-quadro che non contengono le condizioni economiche applicabili alle esposizioni debitorie che dovessero in futuro generarsi sulla base dello svolgimento del rapporto fra le parti. È invece il contratto di apertura di credito a contenere le condizioni economiche, fra cui quella più importante è senz’altro il tasso debitore. Questa situazione che si riscontra frequentemente nella prassi è del resto comprensibile se si riflette sul fatto che, nell’ambito di un unico contratto di conto corrente a tempo indeterminato, possono essere concessi più fidi nel corso del tempo. Se, ad esempio, il contratto di conto corrente è stipulato nel 2010, è inutile che si preveda il tasso debitore di eventuali futuri affidamenti già nel contratto di conto corrente, in quanto il tasso dovrà riflettere le future (variabili) condizioni di mercato. E così: se verrà chiesto un fido nel 2015 si applicherà il tasso di mercato del 2015, mentre se verrà chiesto un fido nel 2020 si applicherà il tasso di mercato del 2020.

Tornando al caso affrontato dalla Corte di cassazione in commento, l’autorità giudiziaria – accertata l’assenza di data certa del contratto di apertura di credito – conclude nel senso che non si possa applicare il tasso di interesse indicato nel medesimo contratto. Se, difatti, il contratto di apertura di credito non è opponibile alla curatela, esso non può produrre effetti. E l’effetto del contratto è l’obbligo di corrispondere gli interessi pattuiti nel medesimo contratto.

La Corte di cassazione nega dunque che la banca possa essere ammessa al passivo per il suo credito da interessi. Tuttavia l’autorità giudiziaria riconosce che vi è stata l’erogazione di determinati importi in conto capitale nel corso del tempo a favore dell’affidato. Detti importi risultano dagli estratti conto. La Cassazione afferma che il capitale deve essere restituito e conclude dunque nel senso di ammettere il credito della banca ma solo per la voce capitale e non per la voce interessi.

Per quanto riguarda la natura (privilegiata o chirografaria) del credito della banca, le esposizioni in conto corrente determinano crediti non garantiti, diversamente dal credito bancario assistito da ipoteca. Ne consegue che, nel caso di specie, il credito viene ammesso come chirografario (e, come si diceva, solo per la quota capitale).

In via riassuntiva, considerati gli stringenti oneri di allegazione che fanno capo alle banche in sede di ammissione al passivo, si può consigliare agli istituti di credito di assicurarsi che i contratti bancari da essi stipulati rechino la data certa. Il problema ovviamente non si pone in caso di credito fondiario, dal momento che l’atto è redatto da notaio. Nei “comuni” rapporti di conto corrente e di apertura di credito la problematica è però particolarmente sentita. Ai sensi dell’art. 95 comma 1 l. fall. il curatore può eccepire i fatti estintivi, modificativi o impeditivi del diritto fatto valere, nonché l’inefficacia del titolo su cui sono fondati il credito o la prelazione. È chiaro che i curatori, che si trovano spesso davanti a attivi minuscoli e passivi enormi, non esitano a eccepire – oltre alla mancanza di documentazione – anche l’assenza di data certa.

Bisogna poi distinguere fra i contratti e gli estratti conto. Mentre ai contratti risulta applicabile l’art. 2704 c.c. (e occorre dunque la data certa), un simile requisito non è richiesto per gli estratti conto[2]. Al contrario: gli estratti conto sono da considerarsi opponibili al fallimento, senza che possa essere contestata l’assenza di data certa. In questo senso si è espressa un’ordinanza della Corte di cassazione, la quale ha affermato che – nell’insinuare al passivo fallimentare il credito derivante da saldo negativo di conto corrente – la banca ha l’onere di dare conto dell’intera evoluzione del rapporto tramite il deposito degli estratti conto[3]. La Cassazione precisa che il curatore ha l’onere di sollevare specifiche contestazioni in relazione a determinate poste, in presenza delle quali la banca ha a sua volta l’onere di integrare la documentazione. Il giudice delegato, in mancanza di contestazioni del curatore, è tenuto a prendere atto dell’evoluzione storica del rapporto contrattuale come rappresentata negli estratti conto.

In tema poi di estratti conto, un problema ricorrente nella prassi è l’assenza di alcuni degli estratti conto trimestrali (in genere mancano gli estratti conto dei primi anni del rapporto). Il saldo debitore risultante al momento della dichiarazione di fallimento è il risultato di centinaia o addirittura di migliaia di operazioni in dare/avere effettuate nel corso di anni se non di decenni. Al fine di dimostrare l’ammontare del proprio credito, la banca – se è attore – ha l’onere di dimostrare tutti i movimenti che sono avvenuti nel corso del tempo. Difatti, quando il conto viene aperto, il saldo è sempre uguale a zero. A distanza di anni detto saldo può essere attivo o passivo: se il saldo è attivo, vi è un credito del correntista nei confronti della banca; se invece il saldo è negativo vi è un credito della banca nei confronti del correntista. Traslando questi ragionamenti nell’ambito fallimentare, si deve osservare che la banca è sempre “attore”, nel senso che vanta un credito nei confronti dell’imprenditore dichiarato fallito. In quanto attore (e proprio per il fatto che l’art. 94 l.fall., che si ricordava sopra, considera la domanda di ammissione al passivo come una domanda giudiziale), la banca ha l’onere di provare l’ammontare del proprio credito e dunque di produrre tutti gli estratti conto.

Questo onere probatorio, sulla carta particolarmente rigoroso per la banca, è stato stemperato da un intervento della Corte di cassazione[4]. Si trattava di un caso in cui erano stati prodotti tutti gli estratti conto dal 1° gennaio 1989, ma mancavano gli estratti conto del 1988 (anno di inizio del rapporto di conto corrente fra le parti). La Corte di cassazione afferma che l’assenza di pochi estratti conto non porta necessariamente alla conclusione che non sia stato provato il credito della banca. Secondo la Cassazione occorre invece dare il giusto rilievo alle altre risultanze probatorie: il giudice può integrare la prova carente sulla base delle deduzioni in fatto svolte dalle parti nonché con altri mezzi di cognizione disposti d’ufficio. Nel caso di specie, siccome i correntisti avevano ammesso che – nel periodo anteriore a quello in cui erano disponibili gli estratti conto – non erano state fatte operazioni, la Corte di cassazione ritiene raggiunta la prova completa dell’andamento del rapporto pur in assenza di alcuni (pochi) estratti conto.

 

4. Il distinto caso dei crediti da mutuo.

Nel caso dei mutui, la documentazione da prodursi per ottenere l’ammissione al passivo risulta minore di quella da prodursi in caso di richiesta di ammissione al passivo di crediti bancari da conto corrente.

La ragione di questa semplificazione discende dalla natura e dalle caratteristiche del contratto di mutuo. Come è noto, il nostro codice civile definisce questa tipologia contrattuale come segue: il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di danaro e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (art. 1813 c.c.). Nel mutuo dunque vi è prima una “dazione” di danaro e poi una “restituzione” dello stesso importo. La semplificazione in tema di documentazione deriva dal fatto che alla banca basta dimostrare che il danaro è stato consegnato al mutuatario per far sorgere l’obbligo di restituzione. Detta consegna, nei mutui fondiari, risulta addirittura da atto pubblico. Basta dunque produrre il contratto di mutuo, fra l’altro dotato di data certa per l’intervento nel notaio (nei mutui ipotecari e fondiari), per dimostrare il credito della banca.

Spetterà poi al curatore eccepire che detto mutuo è stato in tutto o in parte restituito. Per fornire questa prova, il curatore dovrà produrre gli estratti conto che dimostrano che tutte le rate o una parte di esse sono state regolarmente pagate.

Un’ordinanza della Corte di cassazione si è occupata proprio della problematica dell’ammissione al passivo fallimentare di un credito bancario derivante da un mutuo[5]. Una banca erogava un mutuo che successivamente veniva ceduto a un’altra società per il recupero del credito. Essendo nel frattempo fallita la società debitrice, la cessionaria presentava domanda di ammissione al passivo del fallimento, allegando i seguenti documenti:

  1. la copia del contratto di mutuo;
  2. l’atto di quietanza di erogazione;
  3. le ispezioni ipotecarie;
  4. i conteggi del credito.

Si tratta di documentazione alquanto completa.

Per quanto concerne la copia del contratto di mutuo, essa è strettamente necessaria per fornire la prova del credito. Il contratto è difatti il titolo dal quale deriva l’obbligazione del debitore di restituire il capitale (e di pagare altresì gli interessi corrispettivi). Senza il contratto, il credito della banca non viene ammesso.

Per quanto riguarda l’atto di quietanza, si tratta di un documento altrettanto importante. Qualche volta l’atto di quietanza è costituito dallo stesso contratto di mutuo, mentre in altri casi è un documento separato. L’atto di quietanza altro non è che la confessione del mutuatario di avere ricevuto una somma di danaro. Ma chi ha ricevuto una somma di danaro è tenuto a restituire la medesima quantità di danaro.

Le ispezioni ipotecarie dimostrano che la banca creditrice ha iscritto ipoteca. Si tratta di documentazione rilevante nel mutuo fondiario (e in quello ipotecario), mentre nel caso di mutuo chirografario non vi sarà alcun documento concernente le ipoteche[6]. Ad avviso di chi scrive, tuttavia, ai fini dell’ammissione del credito della banca da mutuo in sé considerato, le ispezioni ipotecarie non rappresentano un elemento essenziale. L’ispezione ipotecaria difatti serve a dimostrare non tanto il credito, ma la natura privilegiata del credito. In ambito fallimentare, peraltro, la natura privilegiata o meno del credito è circostanza talmente importante che bene ha fatto la cessionaria creditrice a dimostrare di essere titolare dell’ipoteca, al fine di essere ammessa al passivo fallimentare in qualità di creditore privilegiato.

Infine, nel caso affrontato dall’ordinanza n. 10507 del 2019 della Corte di cassazione, la cessionaria creditrice produsse i conteggi del credito. Anche questo documento a rigore non è necessario, in quanto spetterebbe al debitore dimostrare (come fatto estintivo della pretesa) di avere pagato tutte o alcune delle rate del mutuo. Tuttavia, nella prassi conviene senz’altro al creditore presentare prospetti analitici e chiari di tutte le voci di credito da essa banca ancora vantate, per semplificare l’ammissione del credito ed evitare contestazioni del curatore.

La Cassazione, nell’ordinanza n. 10507, afferma – ad avviso di chi scrive correttamente – che per ottenere l’ammissione al passivo di un credito bancario da mutuo non è necessario produrre gli estratti conto. Difatti, come si accennava, spetta alla controparte (nel caso di specie al curatore) dimostrare che il mutuo è stato in tutto o in parte estinto. L’interesse a produrre gli estratti conto è dunque in capo al debitore, non al creditore, nell’ambito del mutuo.

 

 

Qui la nota di commento.

Qui la pronuncia.


[1]In relazione alle commissioni bancarie applicabili nelle situazioni di affidamento e di sconfinamento si veda l’art. 117-bis t.u.b.

[2]Sull’efficacia probatoria degli estratti conto cfr. L. Andretto, L’efficacia probatoria degli estratti conto nell’accertamento del passivo, in Fall., 2019, 153 ss.; A. Cesaroni, Efficacia probatoria dell’estratto conto bancario, in Fall., 2003, 201 ss.; E. Staunovo Polacco, Sull’efficacia probatoria dell’estratto conto del fallito nell’accertamento del passivo fallimentare, in Fall., 2002, 395 ss.

[3]Cfr. Cass., 12 settembre 2018, n. 22208.

[4]Cfr. Cass., 4 aprile 2019, n. 9526.

[5]Cfr. Cass., 15 aprile 2019, n. 10507.

[6]In tema di domanda di ammissione al passivo di mutui ipotecari cfr. G. B. Nardecchia, Problematiche diverse riguardanti la domanda di ammissione al passivo del creditore ipotecario, in Dir. fall., 2004, I, 280 ss.

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