Contratti di gestione individuale di portafogli cointestati, nel caso di firma apocrifa di uno dei due contraenti.



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Nota a ACF, 26 maggio 2020, n. 2627.

di Donato Giovenzana

 

La controversia posta all’attenzione del Collegio riguarda il tema del non corretto adempimento, da parte dell’intermediario, degli obblighi concernenti la prestazione di un servizio di investimento, in particolare sotto il profilo della nullità di due contratti di gestione individuale di portafogli cointestati stipulati con l’Intermediario nel 2015 per firma apocrifa di uno dei due contraenti nonché della non corretta profilatura dei medesimi e dell’inadeguatezza dei suddetti investimenti al loro profilo di rischio.

La cointestataria, i.e. la moglie, rappresenta che, nel 2017, apprendeva, “facendoli esaminare da persona competente”, che al suo indirizzo prevenivano rendiconti di movimenti (acquisti, rimborsi, accrediti di dividendi e sottoscrizione di fondi comuni) collegati a conti correnti “speciali”, afferenti a due contratti di gestione individuale di portafogli – GPF Return Start e GPF Return Sprint – del valore, rispettivamente, di € 100.000,00 e € 50.000,00. Non avendo mai sottoscritto alcun contratto per tale servizio di gestione, la medesima invia alla Banca, tramite un legale, una nota con la quale, premettendo di non aver mai incaricato l’istituto ad eseguire tali investimenti con i fondi già depositati da essa e dal coniuge presso la filiale di riferimento, richiede  copia dell’intera documentazione, incluso il questionario Mifid che avrebbe autorizzato la relativa gestione e, cautelativamente, richiede l’immediata sospensione di ogni ulteriore atto di gestione, e la restituzione delle somme investite laddove si rivelasse l’inesistenza di alcun contratto recante la sua sottoscrizione.

L’intermediario, per parte sua, fa notare che la controparte non ha prodotto alcun tipo di prova che la firma sui contratti fosse apocrifa, non allegando alcuna perizia calligrafica che potesse supportare tale infondata tesi. In proposito cita alcune decisioni ACF con le quali il Collegio, pur non ritenendo ad esso preclusa la possibilità di conoscere della falsità della sottoscrizione di documenti contrattuali, ha ritenuto che “una simile indagine non può tuttavia prescindere almeno dalla produzione, da parte del ricorrente, di una perizia grafologica, o di altra documentazione di tipo tecnico, che possa eventualmente essere sottoposta al contraddittorio con il resistente, e su cui si possa quindi, in via finale, esprimere l’apprezzamento dell’Arbitro; un apprezzamento che altrimenti, in assenza della produzione di una perizia, sarebbe sprovvisto di una base di oggettività” (Decisione ACF n. 704 del 31 luglio 2018). Cita inoltre un ulteriore orientamento del Collegio sul tema assunto per un caso analogo a quello in esame, per il quale la doglianza fondata sul disconoscimento della sottoscrizione da parte del ricorrente non è stata accolta “atteso altresì che il rapporto ha comunque avuto esecuzione, avendo i ricorrenti negli anni, come già anticipato, incassato le cedole delle obbligazioni subordinate senza eccepire il difetto di autenticità della sottoscrizione in questione” (Decisione ACF n. 115 del 21 novembre 2017).

Nel caso di specie, l’intermediario fa notare come la cliente abbia sempre ricevuto copia dei rendiconti periodici sulla gestione, senza mai eccepire alcunché, a riprova che la medesima fosse perfettamente a conoscenza di aver sottoscritto, in cointestazione con il coniuge, tali prodotti, sottolineando che la circostanza che le gestioni in questione siano state sottoscritte da entrambi i cointestatari ma che uno solo di essi abbia presentato reclamo e poi ricorso renda “ancora più dubbia la ricostruzione degli eventi di controparte”.

La cointestataria, vista la contestazione avanzata dall’intermediario, produce una perizia grafologica sulla cui scorta viene confermata la non riconducibilità alla stessa delle sottoscrizioni.

Il Collegio Acf sul punto evidenzia che, al di là del risultato della perizia di parte suesposta, le firme presenti sui citati contratti che effettivamente possono sembrare discostarsi, per alcuni aspetti, da quelle apposte dalla moglie su altra documentazione (documento di identità, procure, reclami), sembrano in realtà piuttosto simili a quelle dell’altro cointestatario (il marito) che, pur partecipando al ricorso, non ha disconosciuto le sue sottoscrizioni.

Per il che la somiglianza tra le firme dei coniugi non consente di configurare l’esistenza di una ragione invalidante del contratto relativo alla gestione patrimoniale.

Nel merito, secondo l’Acf, la rispondenza delle linee di gestione rispetto al profilo dei clienti e, soprattutto, l’esistenza di un adeguato flusso informativo precontrattuale (offerto per iscritto) escludono l’esistenza di un diritto risarcitorio a favore dei ricorrenti, i quali, malgrado abbiano sostenuto che gli investimenti contestati avrebbero prodotto “il depauperamento del capitale nella misura di circa il 30%” e si siano riservati di produrre un conteggio più accurato sulla scorta dell’ultimo rendiconto, non hanno versato in atti alcuna rendicontazione relativa alle due gestioni in esame atta a supportare la congruità della richiesta di 150.000 euro complessivi.

 

 

Qui la decisione.

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