Conti correnti collegati e art. 117 TUB.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 17 aprile 2020, n. 7896.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Il Tribunale di Napoli, in accoglimento della domanda proposta da una società cooperativa a r.l., che aveva esposto di aver intrattenuto con la Banca convenuta diversi rapporti di conto corrente, in relazione ai quali non era stato convenuto alcun tasso d’interesse e che, in conseguenza, aveva chiesto l’accertamento dell’esatto dare – avere tra le parti, condannava l’Istituto di credito alla restituzione, in favore di parte attrice, della somma di euro 406.135,50, oltre interessi dalla domanda, a titolo di interessi anatocistici illegittimamente applicati e di interessi ultralegali non determinati da causa scritta.

La Banca proponeva appello, lamentando che: il Tribunale avesse escluso l’applicabilità dell’art. 2034 c.c., allorché la società aveva pagato spontaneamente e per intero le somme richieste; il c.t.u. non avesse applicato agli altri conti correnti la regolamentazione prevista per il conto nel quale erano indicati i tassi da applicare e le commissioni di massimo scoperto; la sussistenza di un uso normativo in ordine alla legittimità, in riferimento all’art 1283 c.c., della capitalizzazione trimestrale degli interessi fino all’entrata in vigore della deliberazione C.I.C.R. e, comunque, l’applicabilità nel caso in esame degli artt. 1831 e 1823 c.c. La società si costituiva nel giudizio di secondo grado, contestando la fondatezza del gravame proposto dall’Istituto appellante.

La Corte territoriale rigettava l’appello. Avverso tale pronunciamento proponeva ricorso per cassazione la Banca; la società presentava controricorso.

Le ragioni della decisione.

Con l’unico motivo, l’Istituto lamentava, ex art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., l’omesso esame delle prove acquisite sui punti decisivi della controversia, in relazione alla mancata applicazione estensiva del tasso debitore previsto in uno dei contratti a tutti gli altri conti. In particolare, la Banca ricorrente affermava che la regolamentazione del conto ritenuto contratto normativo avesse dovuto essere applicata anche agli altri rapporti e che, consequenzialmente, andassero eliminati solo gli interessi anatocistici e non anche quelli ultralegali. Esponeva, altresì, che la Corte d’Appello avesse omesso ogni esame del contratto de quo, non inferendo l’applicazione delle condizioni ivi previste anche a tutti gli altri rapporti di conto corrente.

A giudizio della Prima Sezione Civile il motivo è manifestamente infondato. Contrariamente a quanto asserito dalla Banca ricorrente, i giudici di seconde cure hanno preso in considerazione il contenuto del contratto e hanno affermato che, nel caso in esame, non ricorresse nessuna delle ipotesi proposte dall’allora appellante: né il collegamento negoziale tra il contratto di conto corrente de quo e gli altri conti; né, tantomeno, un implicito richiamo allo stesso conto, per quel che riguardava le condizioni contrattuali, ivi comprese la misura dell’interesse; né, da ultimo, l’applicazione, anche a tali conti, della disposizione di cui al secondo comma dell’art. 117 TUB, in forza del quale il CICR può autorizzare la stipulazione dei contratti con i clienti in forma diversa da quella scritta.

Il collegamento tra il conto regolato e gli altri conti era limitato alla mera identità dei soggetti del rapporto (ovverosia, la Banca e la società coop a r.l. cliente), non conoscendosi nulla in ordine alla scissione di un unico rapporto in tanti rapporti distinti, né, per giunta, sull’eventuale legame funzionale tra i vari conti o sulla loro complementarietà rispetto a quello “principale”. In altri termini, non si conosceva se quei conti fossero effettivamente strumentali rispetto a quello principale e se, attraverso questi, venissero convogliate operazioni relative a un solo affare o, per contro, venissero effettuate altre operazioni.

In ultimo, la Corte territoriale, pur rilevando l’identità delle condizioni generali degli altri conti, ribadiva che in queste ultime non si rinvenisse un esplicito rinvio al tasso applicato al conto principale e definiva il richiamo all’art. 117 TUB non pertinente (sia perché non constava che nelle delibere del CICR i contratti di conto corrente, posteriori al primo, potessero essere stipulati senza la specifica previsione del tasso d’interesse e delle altre condizioni contrattuali, sia perché non si prevedeva la forma scritta per il contratto di apertura di credito regolato in conto corrente, quando quest’ultimo risultasse per iscritto e contenesse le indicazioni richieste dal TUB e da altre norme secondarie richiamate).

In ordine al concreto accertamento della volontà dei contraenti (società debitrice principale e Banca) di concludere contratti collegati, si tratta di un tipico accertamento di fatto, che, in quanto tale, “sfugge” al giudice di legittimità[1].

Con riferimento alla convenzione relativa agli interessi ultralegali, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di precisare che l’accordo avente a oggetto tale tipo di interessi soddisfi la condizione posta dall’art. 1284, terzo comma, c.c., allorché, pur non recando l’indicazione in cifra del tasso di interesse, contenga il richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purché oggettivamente individuabili, funzionali alla concreta determinazione del tasso stesso[2], e che, a tal riguardo, non siano sufficienti generici riferimenti dai quali non emerga con sufficiente chiarezza quale previsione le parti abbiano inteso richiamare con la loro pattuizione[3].

Sulla ratio dell’art. 117 TUB è stato, del pari, affermato che la stessa «pur nella cornice dei valori costituzionali del corretto funzionamento del mercato e dell’uguaglianza non solo formale tra contraenti (artt. 41 e 3 Cost.: cfr. Cass. Sez. U. 12 dicembre 2014, nn. 26242 e 26243 con generale riferimento alle nullità di protezione) — [vada] individuata in una esigenza di salvaguardia del cliente sul piano della trasparenza e della eliminazione delle cosiddette asimmetrie informative: infatti, la prescrizione che fa obbligo di indicare nel contratto “il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati” intende porre quel soggetto nelle condizioni di conoscere e apprezzare con chiarezza i termini economici dei costi, dei servizi e delle remunerazioni che il contratto programma: ed è evidente, allora, che tale finalità possa essere perseguita, con riguardo alla determinazione dell’interesse, non solo attraverso l’indicazione numerica del tasso, ma anche col rinvio a elementi esterni obiettivamente individuabili, la cui materiale identificazione sia cioè suscettibile di attuarsi in modo inequivoco»[4].

 

 

 

Qui il testo della sentenza.


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 11 giugno 2018, n. 15148, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. Un., 25 ottobre 2013, n. 24148, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. Lav., 14 febbraio 2013, n. 3668, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 13 aprile 2010, n. 8730, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 5 marzo 2007, n. 5066, in dejure.it.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 30 marzo 2018, n. 8028, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 23 febbraio 2016, n. 3480, in dejure.it.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 13 ottobre 2017, n. 24153, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. VI, 30 ottobre 2015, n. 22179, in dejure.it.

[4] Così, Cass. Civ., Sez. I, 26 giugno 2019, n. 17110, con nota di G. Satta, Apertura di credito in conto corrente: forma libera e interessi determinati per relationem, in Diritto & Giustizia, fasc. 118, 2019, 7.

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