Il ripianamento di un debito pregresso a mezzo di un nuovo credito.



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Commento a Cass. Civ. Sez. I, 5 agosto 2019, n. 20896.

di Marzia Luceri

 

 

 

 

Premessa.

Con la presente ordinanza, la Prima Sezione della Suprema Corte ha esaminato il ricorso proposto da un istituto bancario, in seguito agli esiti negativi della richiesta di ammissione al passivo del fallimento di una determinata società in via di prelazione ipotecaria in ragione di crediti derivanti da due distinti mutui, nonché dell’opposizione al decreto emesso dal Tribunale di Macerata.

Dall’esame dell’ordinanza in commento, si evince come la Banca-ricorrente abbia erroneamente – oppure superficialmente – interpretato il summenzionato decreto, così esaurendo i mezzi di impugnazione finalizzati alla rivendicazione di un proprio diritto.

 

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La richiesta di ammissione al passivo del fallimento e relativa opposizione ex art. 98 Legge Fallimentare.

In seguito all’esame delle circostanze fattuali, il giudice delegato ha ritenuto che l’istituto bancario avesse stipulato i mutui ipotecari in contestazione per costituire delle ipoteche a garanzia di suoi preesistenti crediti chirografari nei confronti della società poi fallita[1], e non per concedere un finanziamento.

Così asserendo, è stata rilevata la nullità e la simulazione dell’intera operazione per difetto di causa sull’assunto che, per mezzo del contratto di mutuo, fosse stata creata una obbligazione virtuale.

Pertanto, essendo l’operazione diretta al soddisfo di crediti verso la banca mutuante con la sostituzione di un debito non garantito con altro garantito interamente, non è stata ravvisata l’effettiva disponibilità delle somme mutuate.

Ma vi è di più. Il giudice delegato ha precisato che la presente operazione avesse aggravato il dissesto della società poi fallita, con la consapevolezza della stessa e della Banca, affermando altresì la revocabilità del negozio di garanzia ai sensi dell’art. 66, Legge Fall. e art. 2901 c.c..

Non discostandosi da quanto espresso dal giudice delegato, il Tribunale di Macerata ha respinto l’opposizione presentata dall’istituto bancario, ribadendo non solo quanto già noto, ma aggiungendo un elemento in più in merito all’asserita consapevolezza da parte della Banca della situazione debitoria in cui versava la società.

Nel decreto è stato evidenziato che, nel corso del 2008, erano emersi dei rilevanti segnali di tensione finanziaria della società poi fallita: da un lato, la conoscenza dell’innalzamento del livello della sua esposizione debitoria nei confronti dell’istituto bancario; dall’altro l’impiego di una consistente parte del mutuo stipulato nel 2008 per coprire assegni che erano destinati a essere protestati.

Pertanto, ad avviso dell’organo decidente, la Banca non poteva essere ignara della grave situazione economica in cui versava la società. Ad avvalorare quanto affermato, è la circostanza per cui, nel 2009, la stessa avesse erogato un secondo mutuo – destinato però a ridurre lo scoperto di conto corrente – «nonostante fosse ormai evidente lo stato di incapacità della società poi fallita di fare fonte ai propri debiti».

Quindi, lo scopo delle due operazioni di mutuo sarebbe stato quello di ottenere delle garanzie ipotecarie per debiti preesistenti, senza tuttavia un’effettiva corresponsione di denaro.

Relativamente a quest’ultimo aspetto, il decreto ha insistito in particolar modo: dalla ricostruzione effettuata dal CTU, sembrerebbe che non vi sia mai stata alcuna disponibilità delle somme mutuate da parte della società poi fallita; la semplice scansione dei tempi ha evidenziato l’immediata destinazione delle somme mutuate al ripianamento dei debiti pregressi, così comportando la trasformazione di crediti chirografi in debiti ipotecari.

Pertanto, non essendovi mai stata alcuna effettiva erogazione di somme di denaro, il decreto non solo ribadisce quanto già espresso dal giudice delegato – ossia l’inefficacia dei due contratti di mutuo – ma ritiene, inoltre, che non possa essere accolta la subordinata istanza di ammissione in chirografo dei presenti crediti.

 

Il ricorso in Cassazione: l’interpretazione degli Ermellini.

Avverso la summenzionata pronuncia del Tribunale di Macerata, la Banca ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre motivi; il fallimento della società ha resistito con controricorso.

Con il primo motivo del ricorso principale, la ricorrente ha dedotto la violazione degli artt. 38 e 39 D.lgs. 1993/385 (d’ora in poi, T.U.B.), nonché degli artt. 1813, 1814, 2033 e 2041 c.c..

In merito alla censura sollevata relativamente agli artt. 38 e 39 T.U.B., l’istituto bancario ha richiamato il principio per cui il mutuo previsto dalle norme anzidette non è qualificabile come un finanziamento di “scopo”; pertanto, il non accoglimento della domanda di insinuazione, a causa della mancata erogazione delle somme mutuate, comporterebbe la violazione delle predette norme.

Ha precisato che la prova della ricostruzione della fattispecie come negozio simulato non sia stata fornita[2] e che, in ogni caso, il proprio credito dovrebbe essere ammesso in via chirografaria, salvo il caso in cui «non si pervenisse alla conclusione per cui fosse affermabile che la Banca, in sostanza, paga sé stessa, ciò che invero, razionalmente, deve escludersi»; quindi, dovrebbe escludersi un arricchimento ex art. 2041 c.c. e, al contrario, garantire l’effetto restitutorio ex art 2033 c.c..

La Prima Sezione ha giudicato non meritevole di accoglimento il presente motivo.

Ad avviso della Suprema Corte, la Banca-ricorrente avrebbe erroneamente interpretato quanto deciso dal decreto del Tribunale di Macerata.

Relativamente alla prima censura (violazione degli artt. 38-39 T.U.B.), gli Ermellini evidenziano come il decreto contestato non faccia alcun riferimento alla presente normativa né, tantomeno, qualifica le due operazioni contestate quali mutui di scopo.

La ratio decidendi del provvedimento si fonda sul profilo strutturale interno delle due operazioni, per il quale non vi è stata – oppure non vi sarebbe stata data la specifica conformazione assegnata alle operazioni medesime – alcuna effettiva erogazione di danaro: l’inserimento, in una simile struttura, di «nuove» ipoteche si collega, nel concreto, a una «cancellazione» delle somme già segnate a debito del cliente (alla mancata erogazione delle somme fa riscontro, naturalmente, la mancata sussistenza, in fattispecie, di un fatto di effettivo pagamento).

Inoltre, i presenti contratti di mutuo ipotecario presentano la finalità di trasformare crediti chirografi in crediti ipotecari, comportando così la violazione delle norme poste a tutela degli altri creditori del comune debitore[3].

Quanto alla violazione degli artt. 1813-1814 c.c., la Prima Sezione ribadisce l’erronea interpretazione della motivazione del decreto: tale provvedimento ha contestato e accertato l’assenza di erogazione, nonché messa a disposizione di somme di danaro «sul piano del fatto», conformemente a quanto stabilito dalle parti; pertanto le due operazioni in oggetto non possono essere sussunte nella fattispecie tipica del contratto di mutuo.

Dalla semplice lettura delle summenzionate norme del codice civile, è facilmente comprensibile che requisito necessario, per poter ipotizzare la sussistenza di un obbligo di restituzione ex art. 1813 c.c., sia il trasferimento della proprietà delle somme ex art. 1814 c.c., la c.d. traditio.

Nel caso di specie, in realtà, non si realizza il passaggio di somme di danaro dal patrimonio del mutuante a quello del mutuatario (ossia la traditio), ma il ripianamento di un debito a mezzo di un nuovo credito, quindi un’operazione di natura contabile.

Esaminando l’ultima delle tre censure proposte con il primo motivo del ricorso principale, la Prima Sezione afferma che le due operazioni hanno comportato un riposizionamento delle scadenze dei debiti pregressi, concretizzando, a causa della mancata erogazione di somme, la figura del pactum de non petendo ad tempus[4].

Afferma che, non configurando una novazione, il patto di modifica del termine di scadenza dell’obbligazione è «per sé stesso inidoneo a supportare – da solo – una domanda di ammissione al passivo che abbia ad oggetto la restituzione di somme di danaro».

Pertanto, la domanda di insinuazione proposta dalla ricorrente avrebbe dovuto fare riferimento alla sussistenza dei titoli precedenti all’erogazione – quali il finanziamento del 2006 e il debito da scoperto di conto corrente – e non ai due contratti di mutuo ipotecario.

Con il secondo motivo del ricorso principale, l’istituto bancario ha dedotto la violazione dell’art. 67, comma 1, n. 2 Legge Fallimentare, anche in relazione all’art. 95 della stessa legge, sull’assunto che il Tribunale avrebbe errato nel ritenerlo a conoscenza dello stato di insolvenza della società poi fallita[5].

Il presente motivo è stato ritenuto inammissibile poiché si sostanzia nella richiesta di una nuova valutazione dei fatti materiali posti alla base del decreto impugnato, formulata altresì «sulla scorta di considerazioni astratte e di taglio solo generico»: l’organo decidente del giudizio di opposizione aveva asserito l’inefficacia nei confronti del fallimento dei due contratti di mutuo e non la revoca dei pagamenti anormali.

Infine, anche il terzo e ultimo motivo del ricorso principale è stato dichiarato inammissibile da parte dei giudici di legittimità.

L’istituto bancario lamentava la violazione dell’art. 24 Cost. e dell’art. 39 c.p.c. sul presupposto che, stante il principio della prevenzione, la litispendenza – data dalla proposizione della domanda di revocatoria dei pagamenti eseguiti dalla società fallita relativamente ai contratti di mutuo contestati da parte della curatela, nonostante la proposizione dell’opposizione al decreto dello stato passivo – non potrà essere dichiarata dalla Suprema Corte, riservandosi di proporre eccezione nel giudizio pendente innanzi al Tribunale di Macerata.

Il presente motivo non trova alcun riscontro con quanto previsto dal decreto impugnato.

Pertanto, la Prima Sezione ha respinto in toto il presente ricorso.


[1] Il primo contratto di mutuo è stato stipulato nel settembre del 2008, il secondo nell’ottobre 2009: rispettivamente, uno finalizzato a garantire i debiti della società derivanti da un preesistente finanziamento del 2006, l’altro a garanzia di un debito da scoperto di conto corrente.

[2] La ricorrente precisa che tale ricostruzione deriverebbe dalla circostanza per cui «la finalizzazione concreta del ricavo del mutuo per l’impiego della pianificazione dell’ammortamento non rispettato sostanzialmente equivale a una concreta indisponibilità». Inoltre, afferma che resterebbero comunque violati gli artt. 1813-1814 c.c.: la prima configura il mutuo come contratto reale e la seconda statuisce che la somma mutuata diviene di proprietà del mutuatario.

[3] V. M. Luceri, Mutuo ipotecario finalizzato all’estinzione di un pregresso debito chirografario: è possibile ravvisare l’illiceità della causa?, in questa Rivista, 2 marzo 2020, https://www.dirittodelrisparmio.it/2020/03/02/mutuo-ipotecario-finalizzato-allestinzione-di-un-pregresso-debito-chirografario-e-possibile-ravvisare-lilliceita-della-causa/. 

[4] Sul punto si rinvia alla fattispecie delineata all’art. 67, comma 1, n. 3-4, Legge Fallimentare.

[5] Ad avviso della Banca, la «difficoltà economica dell’impresa, quale espressione della sua criticità finanziaria in un certo momento storico, non deve trarre in inganno, perché il legislatore ha chiaramente posto la condizione per l’esercizio della revocatoria fallimentare nella conoscenza dello stato di insolvenza e non anche di una crisi economica del debitore».

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