Del certificato di deposito ex art. 117 l. fall., comma 3, nella formulazione ante riforma 2006.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 28 febbraio 2020, n. 5618.

di Donato Giovenzana

 

L’art. 117, comma 3, l. fall.,  nella formulazione ante riforma 2006, stabiliva che:   “Per i creditori che non si presentano o sono irreperibili la somma dovuta è depositata presso un istituto di credito. Il certificato di deposito vale quietanza”,   mentre l’attuale sua formulazione, al comma 4, prevede che:   “Per i creditori che non si presentano o sono irreperibili le somme dovute sono nuovamente depositate presso l’ufficio postale o la banca già indicati ai sensi dell’articolo 34. Decorsi cinque anni dal deposito, le somme non riscosse dagli aventi diritto e i relativi interessi, se non richieste da altri creditori, rimasti insoddisfatti, sono versate a cura del depositario all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate, con decreti del Ministro dell’economia e delle finanze, ad apposita unità previsionale di base dello stato di previsione del Ministero della giustizia”.  

Orbene, secondo la Suprema Corte non può essere condivisa l’opinione espressa dal motivo di ricorso, secondo cui la norma (i.e. art. 117, comma 3, l. fall.,  nella formulazione ante riforma 2006) “nulla dispone” sul destino delle somme che taluni creditori non sono passati a riscuotere. Tale opinione trascura di leggere, in particolare, la frase normativa per cui il certificato di deposito relativo alle somme rimaste giacenti presso l’istituto di credito designato “vale quietanza”. In effetti, la formula dell’ultimo periodo dell’art. 117 (versione originaria) viene a indicare in modo univoco la sorte delle somme in discorso.   Il senso normativo dell’ultimo periodo dell’art. 117, comma 3, traspare immediato non appena si venga a comparare il testo della versione originaria della norma con quello introdotto dalla riforma del 2006. Laddove quest’ultimo stabilisce che le somme rimaste depositate e non riscosse divengono, trascorso un dato periodo di tempo, disponibili per un’ulteriore distribuzione a vantaggio dei creditori ancora interessati, il vecchio testo provvede alle stesse secondo una prospettiva affatto diversa. Il riferimento alla quietanza, di cui al certificato di deposito, altro non può significare che l’avvenuto deposito presso l’istituto designato vale come distribuzione delle somme al creditore, quand’anche questi non si sia presentato ovvero sia rimasto irreperibile.
 

Se il regime attuale ha un’ottica fermata sulla concorsualità tra i creditori del fallito, dunque, quello originario si concentrava invece sul rapporto sussistente tra fallito e singolo creditore.


Nel regime originario della legge fallimentare, in altri termini, il deposito delle somme fatto dalla procedura veniva a innestare un rapporto contrattuale in modo diretto corrente tra il creditore – non presentato o irreperibile – e l’istituto depositario. La richiamata “quietanza” rispondeva, quindi, al “pagamento” posto in essere dalla procedura a mezzo deposito liberatorio (come sostanzialmente intestato al creditore che si è disperso): con la medesima forza effettuale, cioè, di cui è dotato il deposito previsto dalla norma dell’art. 1210 c.c.
 

Con la riforma del 2006, le somme rimaste non riscosse non fanno più parte della massa attiva del fallimento, nè sono più nella disponibilità degli organi della procedura. Perché non sono più, prima di ogni altra cosa, di proprietà del debitore ex-fallito (così la disposizione di base dettata dall’art. 2010 c.c., comma 2: “eseguito il deposito… il debitore non può più ritirarlo ed è liberato dalla sua obbligazione“).
Di conseguenza, nel contesto del regime originario della legge fallimentare un problema di (eventuale) rapporto tra diritto del creditore insoddisfatto e somme destinate ad altro creditore del comune debitore – come mediato, cioè, dalla responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c., di quest’ultimo – non aveva proprio alcuno spazio per risultare proponibile.

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