Il “rinnovato” ruolo della diligenza nel rapporto obbligatorio



Il “rinnovato” ruolo della diligenza nel rapporto obbligatorio, alla luce dell’introduzione dell’obbligo di valutazione del merito creditizio del consumatore e le conseguenze sanzionatorie del suo inadempimento

 

di Assunta Spezzaferri*

 

___________________

This paper intends to analyse the new role of the diligence criterion in the light of the introduction of the obligation for a bank to assess the creditworthiness of the consumer. In particular, the contribution focuses on the civil consequences of the non-fulfilment of the aforementioned “creditworthiness” evaluation.

 *Dottore di ricerca Università di Napoli

Rivista di Diritto del Risparmio 11/2019

 

 

1. Premessa

L’evoluzione normativa e il diritto vivente pongono la necessità di un approccio ricostruttivo all’istituto della diligenza non più rigidamente legato ad una lettura tradizionalmente affermata di esso.

La questione che va imponendosi è quella del superamento di una interpretazione de iure condito, che appare ormai limitante e non più in linea con le istanze di ampliamento della tutela nell’ambito del rapporto obbligatorio.         

Il contributo intende affrontare l’analisi del “rinnovato” ruolo che l’istituto della diligenza ha acquisito all’interno del rapporto obbligatorio per effetto soprattutto delle profonde innovazioni provenienti dalla disciplina consumeristica.

Il riferimento, più in particolare, è alle recenti evoluzioni della disciplina comunitaria e domestica in materia di credito ai consumatori, le quali hanno riservato una specifica attenzione al profilo della valutazione del merito creditizio facendone l’oggetto di uno specifico obbligo gravante in capo al creditore-finanziatore.

L’istituto de quo agitur ha visto ampliare nel tempo la propria portata applicativa, superando il perimetro normativo contenuto nella norma dell’art. 1176 c.c., recante in rubrica “Diligenza nell’adempimento”[1]. Nel tempo e per l’impulso ricevuto da studi evolutivi, si è andato imponendo, progressivamente, un processo interpretativo della norma che ne ha proiettato l’applicazione ben oltre il limes dell’adempimento dell’obbligazione.       

Fino ad un recente passato la diligenza assurgeva unicamente a strumento di valutazione della condotta del debitore, per determinare l’eventuale inadempimento dell’obbligazione ed imputare la relativa responsabilità. In siffatta accezione la diligenza ha assolto una mera funzione di “misura” della correttezza dell’adempimento, legandosi – mediante una lettura fin troppo letterale della norma – alla fase dell’esecuzione dell’obbligazione.

Oggi, una tale lettura della norma appare limitante e la diligenza si va imponendo, sempre più, quale strumento di “misura” delle vicende dell’obbligazione, involgendo anche la fase genetica del rapporto obbligatorio.    

Lo scenario evolutivo delineato è stato indotto dalla sopravvenuta disciplina consumeristica, la quale ha fatto emergere l’esigenza di un ampliamento progressivo della tutela nell’ambito del rapporto obbligatorio nella sua integralità e, quindi, a decorrere dal momento della sua stessa nascita.

D’altra parte, per poter avere la compiuta percezione del processo di espansione applicativa della regola della diligenza occorre esaminare, in via preliminare, il ruolo da essa svolto de iure condito (rectius: in una prospettiva tradizionalmente affermata), e quindi, per quanto qui di interesse, la sua tradizionale funzione e la sua declinazione quale “diligenza professionale”.

Nel prosieguo saranno esaminati i profili normativi provenienti dalla disciplina consumeristica che hanno “posto in crisi” l’interpretazione tradizionale della disposizione dell’art. 1176 c.c. producendo un ampliamento dell’ambito applicativo della stessa rispetto al passato e, con esso, una simmetrica espansione interpretativa della disposizione. Ci si soffermerà sulla disciplina consumeristica, la quale ha costituito l’innesco per scardinare l’impostazione interpretativa della disciplina della diligenza (da connettersi soltanto alla fase esecutiva del rapporto obbligatorio) e per determinare l’espansione applicativa della disciplina ben oltre la fase esecutiva (da connettersi alla fase antecedente ovvero alla nascita del vincolo obbligatorio).

Il riferimento, come si avrà modo di vedere, è alla normativa come delineata nella direttiva 2014/17/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 febbraio 2014 (nota anche come “Mortgage Credit Directive” o “MCD”), che ha modificato la precedente normativa di cui alla direttiva 2008/48/CE e 2013/36/UE e del regolamento (UE) n.1093/2010, la quale è stata attuata nell’ordinamento italiano per il tramite del Decreto legislativo 21 aprile 2016, n. 72 (cd. Decreto “Mutui”), recante la disciplina sui contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali.

Invero quest’ultimo, in ossequio al principio suddetto, e in una fase antecedente l’esecuzione del rapporto obbligatorio, ha previsto un ulteriore obbligo gravante in capo al creditore rispetto a quelli tradizionalmente posti a suo carico, rappresentato dalla valutazione circa il merito creditizio del consumatore.

Tale valutazione (se ne dirà approfonditamente nel prosieguo: rinvio) costituisce attività centrale dell’intera operazione negoziale.

Orbene, se è vero come è vero che l’attenzione al profilo della valutazione del merito creditizio è divenuta oggetto di uno specifico obbligo a carico del soggetto finanziatore, e se è vero come è vero che essa assume rilevanza “deterministica” ai fini dell’accesso al credito, non può non riconoscersi come tale nuovo strumento di “cooperazione” fra le parti (strumento rimesso all’apprezzamento di meritevolezza da emettersi a cura dell’aspirante creditore) produca “punti di intoppo” interpretativo, invitando ad interrogarsi sulla natura giuridica dell’accertamento del creditore, sulla portata oggettiva di tale prescrizione e sugli effetti dell’inadempimento dell’obbligo.

Il dibattito circa gli effetti derivanti dall’inadempimento di tale obbligo è ancora in atto ed appare lontano da soluzioni condivise. Esso, inoltre, non può non coinvolgere anche la posizione della parte debitrice, tenuta a corrispondere una diligenza adeguata già dalla fase genetica del rapporto.

Tali criticità saranno oggetto di approfondimento analitico nell’ultima parte della trattazione: in dottrina il dibattito è aperto vertendo soprattutto sulla ricerca di una soluzione interpretativa condivisa nell’individuazione della sanzione più congrua per le ipotesi di omessa o scorretta valutazione del merito creditizio.

Le questioni sollevate dall’ampliamento della piattaforma applicativa della regola della diligenza nel rapporto obbligatorio ad effetti consumeristici, pertanto, sono molteplici e rilevanti.

Il dibattito è aperto ed intento principale di questo contributo è quello di analizzare – con sistematicità – gli effetti che le recenti novità legislative soprattutto in materia consumeristica hanno prodotto sulla regola generale di diligenza.

Quest’ultima ha progressivamente assunto un rilievo centrale, tracimando da un ambito tradizionalmente attribuito (ovvero quello della fase di esecuzione della prestazione) al momento genetico della costituzione del rapporto obbligatorio.

L’evento ha modificato le stesse vicende del rapporto obbligatorio, caratterizzato, oggi, da un accrescimento della quota di responsabilizzazione delle parti, chiamate a dare luogo ad un “processo mediativo” anticipato alla fase genetica del rapporto stesso. Ciò proprio in virtù della nuova dimensione applicativa del canone della diligenza, reso dalla normativa consumeristica e del

 


[1] Art. 1176 c.c. “Diligenza nell’adempimento”: «Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia. Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata».

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap