Sulla natura dei pegni posti a garanzia della Banca e della “data certa” della documentazione bancaria



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Cass. Civ., Ord. n. 24137 del 3 ottobre 2018

di Michael Lecci

 

 


Nella fattispecie de qua i giudici della Suprema Corte si esprimono in merito alla natura (regolare/irregolare) dei pegni posti a garanzia della posizione della Banca ed in merito alla data certa della documentazione relativa al «partitario» ed agli atti costitutivi di pegno.

Sulla natura del pegno posto a garanzia della Banca

Relativamente a tale aspetto parte ricorrente contestava la pronuncia della Corte d’Appello nel punto in cui qualificava i pegni posti a garanzia della Banca quali “pegni irregolari”, con conseguente applicazione della normativa di cui agli artt. 44 e 53 della Legge Fallimentare. Nello specifico, le ragioni di tale qualificazione sarebbero da rinvenire dalle «clausole contrattuali che avrebbero consentito alla Banca di escutere il pegno provvedendo direttamente, senza le formalità previste all’art. 2797 cod. civ.». Invero, riteneva la Corte d’Appello che laddove il contratto costitutivo di pegno attribuisca alla Banca il potere di disporre dei titoli per soddisfarsi del proprio credito, si esula dall’ipotesi di pegno irregolare (artt. 1997 e 2748 c.c.) rientrando, contrariamente, nella disciplina di cui all’art. 1851 c.c. ove è stabilito che il creditore garantito acquisisca la somma portata dal titolo o dal documento.

La Suprema Corte evidenzia come la soluzione adottata dalla corte territoriale sia totalmente errata in punto di diritto; i giudici, infatti, confondono pegno regolare e pegno irregolare annullando l’autonomia delle rispettive strutture.

            Pegno Irregolare

Il pegno irregolare conferisce al creditore – sin da subito – la proprietà dei titoli presi in garanzia, attribuendo, contestualmente, il potere di disporne (sin da tale momento); ne deriva che il potere di disposizione non è funzionale alla soddisfazione del proprio credito, come erroneamente affermato dalla Corte territoriale.

Invero, nelle ipotesi di pegno irregolare il creditore non deve disporre della cosa presa in pegno per soddisfare il proprio credito. In tal senso, l’art. 1851 c.c. sancisce in modo inequivoco che, a fronte dell’inadempimento del debitore, il creditore si limita a «restituire» l’eventuale eccedenza dei titoli rispetto al montante del credito garantito; ciò sia che sia tuttora proprietario dei titoli presi in garanzia, sia che più non lo sia (dovendo, in tal caso, approvvigionarsi sul mercato della misura dei titoli occorrente).

Contrariamente, ai sensi dell’art. 2797 c.c., il pegno regolare attribuisce al creditore «il potere di disporre dei titoli per soddisfarsi del proprio diritto» nonché di vendere il bene preso in garanzia «a prezzo corrente» (c. 2).

In merito alla data certa dei documenti bancari

Rispetto a tale profilo evidenzia parte ricorrente che  i documenti prodotti dalla Banca “non sono in realtà estratti di c/c”, bensì “un mero elenco di movimenti stampati su fogli bianchi, privi di qualsiasi intestazione” e “di cui è assolutamente dubbia la provenienza e la data”, salvo poi precisare che le “diverse date di valuta annotate a margine delle operazioni non possono in ogni caso costituire un “punto dirimente”, considerando che per prassi l’applicazione di date di valuta differenti dalla effettiva data dell’operazione è rimessa alla discrezionalità della banca”.

Sul punto evidenzia la Suprema Corte che è del tutto tradizionale la prassi bancaria di utilizzare le «date valuta» in funzione marcatamente «convenzionale»: allo scopo di postergare il tempo di effettuazione dei versamenti in conto e antergare invece il tempo dei prelievi (e di tale prassi la normativa del Testo unico bancario conserva ancora oggi qualche traccia). Le date valute non risultano, pertanto, idonee a provare il tempo di effettivo compimento di operazioni in conto. Tanto meno possono essere in grado di conferire data certa a un documento, mancando tutti i presupposti per potere ravvisare nelle stesse il fatto che dia «certezza uguale» a quella recata dai fatti nominati nell’art. 2704 cod. civ.

Con riferimento alle scritture costitutive di pegno la Corte respinge la domanda di parte ricorrente in quanto, ai sensi di pacifico orientamento di legittimità, il timbro postale in «autoprestazione» è strumento idoneo a conferire certezza di data alle scritture private con cui faccia «corpo unico» (Cass., 28 maggio 2012, n. 8438).

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Ord. n. 24137 del 3 ottobre 2018

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