Sulla insussistenza della buona fede del terzo creditore (Banca) per far valere il proprio diritto in caso di confisca antimafia del patrimonio del debitore



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Cass. Penale, Sez. 6, sent. n. 40817 del 14 settembre 2018 

di Donato Giovenzana – Legale d’impresa

Come noto la ratio della c.d. ‘normativa antimafia’ consiste nell’evitare un uso distorto del credito bancario, piegato a fini elusivi della criminalità.

 
Nel caso di specie, la Banca ha impugnato il decreto del Tribunale – Sezione misure di prevenzione, col quale era stata respinta l’opposizione proposta da tale Banca in relazione al provvedimento che aveva reso esecutivo lo stato passivo del procedimento concernente l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale della confisca nei confronti dei proposti/clienti dell’Istituto di credito, con rigetto della domanda di ammissione al passivo proposta dalla banca ricorrente per la somma di Euro 54.872,91, assistita da garanzia ipotecaria sui beni e diritti immobiliari confiscati.
 
Secondo la Banca erano state poste in essere tutte le condotte necessarie al fine di verificare i requisiti di fattibilità dell’operazione e garantire, in tal modo, il proprio credito; al momento della concessione del mutuo ipotecario in questione l’Istituto di credito non era a conoscenza, né avrebbe potuto in alcun modo acquisire, elementi di conoscenza indicativi, anche in termini di semplice dubbio, dell’illiceità dell’attività del proposto oggetto di finanziamento,  e neppure elementi dai quali poter dedurre che il denaro richiesto sarebbe stato strumentale ad un investimento immobiliare nel quale erano confluiti ingenti capitali provento di delitti.
 
Per la Suprema Corte, invece, la configurabilità della buona fede del mutuante, è da escludersi là dove, come nel caso di specie, l’istituto bancario abbia concesso un mutuo ipotecario di importo manifestamente eccessivo rispetto all’entità della base reddituale del beneficiario.
 
 
Il ricorso è stato, quindi, dichiarato inammissibile, sia perché non è stata proposta concreta allegazione contraria circa la ritenuta esistenza del nesso di strumentalità in caso di erogazione di disponibilità nel periodo di tempo in cui si è manifestata la pericolosità sociale del debitore (mutuo del 2005, sentenza GUP del 2004 per partecipazione ad associazione mafiosa nel biennio 2001-3),  sia perché non è stata contestata la pure ritenuta mancata valutazione da parte della banca ricorrente della incongruità dei redditi del proposto beneficiario del finanziamento rispetto all’esigenza di rimborsare le somme mutuate, pur a fronte di idonee garanzie reali (quella fideiussoria prestata dalla moglie, priva anch’essa di apprezzabili redditi propri, essendo stata correttamente ritenuta al riguardo irrilevante dai giudici di merito).
 
In buona sostanza, l’importo eccessivo “prestato” di per sè vale ad escludere la buona fede della banca.
 

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