Obblighi informativi degli intermediari finanziari: esonero da responsabilità ex art. 31 Reg. Consob



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Cass. Civ., Sez. I, n. 8343 del 04.04.2018

di Valerio Maria Pennetta

 


La sentenza della Cassazione tratta il tema degli obblighi informativi degli intermediari finanziari e dell’eventuale risoluzione del contratto per inadempimento.

Nel caso di specie, il contratto è un interest rate swap, stipulato prima del 2007, e pertanto rientrante nell’alveo di applicabilità del Reg. CONSOB 11522/1998 (di seguito Reg. CONSOB).

Il ricorrente, un istituto di credito, impugna la sentenza n. 856/2014 della Corte d’Appello di Torino, con la quale il giudice d’appello ha ribaltato la sentenza di primo grado, risolvendo per inadempimento il contratto di interest rate swap sottoscritto tra le parti e dichiarando la «non debenza del passivo maturato dalla società appellante». Secondo la Corte d’appello di Torino, infatti, le dichiarazioni rese dal legale rappresentante della società, con le quali sosteneva di essere un operatore qualificato, non erano sufficienti per esonerare la banca dagli obblighi informativi ex artt. 27 ss. Reg. CONSOB, esonero previsto dall’art. 31 Reg. CONSOB. Ai sensi dell’articolo citato, infatti, gli obblighi informativi previsti riguardano i casi in cui i servizi di investimento (nonché quelli accessori, e di gestione collettiva del risparmio) siano resi dagli intermediari autorizzati a soggetti definiti “operatori non qualificati”[1]. Considerando l’appellante rientrante nella citata categoria, la Corte deduceva la “non controversa omissione di informazioni da parte della banca”, e, pertanto, considerando l’inadempimento di “non scarsa importanza”, risolveva il contratto ai sensi dell’art. 1453 e 1455 c.c.

Il ricorso si fonda su due motivi: a) Violazione o falsa applicazione degli artt. 2697 c.c. e 31 Reg. CONSOB, in quanto, con più dichiarazioni, il rappresentante legale della società ha dichiarato espressamente di essere un investitore qualificato, senza che, peraltro, da tali dichiarazioni potessero emergere dei motivi tali da far sorgere il minimo dubbio circa la veridicità di tali dichiarazioni (avendo l’investitore, inoltre, fatto riferimento alla disciplina di minor tutela che il Regolamento dispone per gli investitori qualificati); b) Violazione o falsa applicazione degli artt. 1453, 1455 c.c. e 112 c.p.c., in quanto la Corte d’appello ha ritenuto non controverso l’inadempimento della banca, del quale, come evidenziato dalla ricorrente, nessuna discussione era mai stata incardinata davanti al collegio.

Al ricorso principale il controricorrente risponde con un ricorso incidentale, ai sensi dell’art. 371 c.p.c., fondandolo su due motivi: a) Violazione degli artt. 1322, 1399 ss c.c. e 113 Reg. CONSOB 16190/2007, sostenendo la controricorrente che in realtà il regolamento da applicare al caso concreto era quello del 2007, e non quello del 1998, in quanto successivamente all’emanazione del secondo regolamento CONSOB i contraenti avevano stipulato un nuovo contratto quadro, lasciando presumere che tale atto avrebbe dovuto regolare ex tunc il rapporto (posizione, peraltro, già ritenuta infondata dalla Corte di merito, in quanto il contratto quadro post 2007 faceva riferimento alle operazioni in essere e pendenti, lasciando desumere che tali operazioni restassero valide, e, inoltre, la società non aveva neanche richiesto, in tale occasione, la rinnovazione delle operazioni precedentemente poste in essere); b) Violazione degli art. 163 ss. c.p.c., sostenendo che (diversamente da quanto affermato dalla Corte d’appello) aveva chiesto (in primo grado, oltre alla risoluzione del contratto per inadempimento) anche la condanna della banca «a risarcire i danni che derivano dalla sua illegittima stipula, corrispondenti alle somme versate dalla stessa alla banca».

La Suprema Corte, nel P.Q.M., dichiara accolto il primo motivo del ricorso principale, respinto il primo motivo del ricorso incidentale, e assorbiti tutti gli altri.

Nella parte della sentenza in cui ritiene fondato il primo motivo del ricorso principale, gli ermellini richiamano l’art. 6 c. 2 TUF, in forza del quale la Banca d’Italia e la CONSOB «[…] possono mantenere o imporre nei regolamenti obblighi aggiuntivi a quelli previsti dalla direttiva medesima […] tenuto conto della necessità di fare fronte a rischi specifici per la protezione degli investitori o l’integrità del mercato che non sono adeguatamente considerati dalle disposizioni comunitarie […] (ndr direttiva 2006/73/CE)», obblighi aggiuntivi previsti dall’art. 31 Reg. CONSOB.

La Corte, in definitiva, ritiene che le dichiarazioni rese per iscritto dal rappresentante legale della società sono sufficienti per esonerare l’intermediario dall’accertamento dell’effettiva qualifica dell’operatore, se tale esigenza non deriva dagli atti in possesso dall’intermediario stesso (condizione che, come rileva la Corte, non sussiste nel caso di specie)[2].

Per queste ragioni, dal momento che l’operatore finanziario dev’essere considerato operatore qualificato ai sensi dell’art. 31 Reg. CONSOB, nessun inadempimento è stato commesso dall’istituto di credito, donde l’illegittimità della risoluzione del contratto ex art. 1453 e 1455 c.c.

[1] Sono operatori non qualificati, ai sensi dell’art. 31 c. 2 Reg. CONSOB «gli intermediari autorizzati, le società di gestione del risparmio, le SICAV, i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i soggetti esteri che svolgono in forza della normativa in vigore nel proprio Stato d’origine le attività svolte dai soggetti di cui sopra, le società e gli enti emittenti strumenti finanziari negoziati in mercati regolamentati, le società iscritte negli elenchi di cui agli articoli 106, 107 e 113 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, i promotori finanziari, le persone fisiche che documentino il possesso dei requisiti di professionalità stabiliti dal Testo Unico per i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso società di intermediazione mobiliare, le fondazioni bancarie, nonché ogni società o persona giuridica in possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari espressamente dichiarata per iscritto dal legale rappresentante».

[2] Cfr. Cass. 26 maggio 2009, n. 12138, la quale non esclude che l’intermediario finanziario sia chiamato a condurre un’indagine in merito alla reale competenza ed esperienza della società con cui contratta, anche se pone limiti all’ampiezza di tale indagine, limiti derivanti dall’inversione dell’onere della prova. L’intermediario è tenuto a verificare la reale natura, di operatore qualificato o meno, della sua controparte, tenendo conto delle informazioni a sua disposizione, fra cui in particolare la conoscenza diretta che dovesse avere del proprio cliente. Per ulteriori approfondimenti, v. V. Sangiovanni, Dichiarazione di operatore qualificato, onere della prova e gerarchia delle fonti, in Riv. Dir. Ban., dirittobancario.it, 13, 2013.

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