Conseguenze della difformità tra Indice sintetico di costo (ISC) e Tasso annuo effettivo globale (TAEG)



6 min read

Tribunale di Milano, sent. 10832 del 26.10.2017

 Di  Marco Chironi

 


Il Tribunale di Milano sancisce che la difformità tra ISC e TAEG non comporta la nullità del contratto e tanto meno della clausola relativa agli interessi applicati, ma riconosce tutt’alpiù una possibile configurazione di una responsabilità contrattuale dell’istituto bancario.

Premessa di fatto

Due consumatori convenivano in giudizio un istituto bancario contestando di aver dichiarato nel contratto un ISC diverso da quello poi effettivamente accertato e di aver applicato interessi usurai[1] ed anatocistici non dovuti.

Adivano il Trib. di Milano per far accertare e dichiarare la nullità della clausola e la sostituzione dei tassi applicati con quelli dei buoni ordinari del tesoro (BOT), ai sensi dell’art. 117.7 TUB, con conseguente condanna alla restituzione degli importi corrisposti (€ 27.642,07) previa rideterminazione del piano relativo al contratto di mutuo che si era avvalso di un piano di ammortamento cd. “alla francese”.

 

Questione di diritto e decisione

 

Il Trib. di Milano reputa sufficienti i documenti proposti in giudizio dalle parti a ritenere manifestamente infondata la richiesta dell’attore, senza che sia necessario un accertamento istruttorio ulteriore e decide ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c, ovvero con decisione a seguito di trattazione orale, senza lo scambio di comparse conclusionali e memorie di replica.

A norma degli artt. 116.3 e 117 TUB, il Comitato Interministeriale del Credito e del Risparmio (CIRC), con delibera del 04.03.2003 ha demandato alla Banca d’Italia il compito di individuare le tipologie di contratti per le quali la Banche devono riportare espressamente l’indicatore sintetico di costo, comprensivo degli interessi e degli oneri che concorrono a determinare il costo effettivo dell’operazione medesima, secondo una formula prevista dalla Banca d’Italia stessa e che renda immediatamente intellegibile in modo sintetico il costo effettivo del credito.

La Banca d’Italia, a completamento della normativa sopra menzionata, ha provveduto a disciplinare l’ISC nell’ambito del Titolo X delle proprie Istruzioni di vigilanza, per poi emanare, con provvedimento autonomo e a partire dal 27.03.2009, le disposizioni sulla «Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari».

Il Trib. di Milano procede con un’attenta analisi letterale ed evidenza che, esclusivamente con riferimento alla fattispecie di credito al consumo[2], il Lgs. nell’art. 125 bis.6 TUB preveda la nullità delle sole clausole del contratto a carico del consumatore che non siano state incluse o non siano state incluse in modo corretto nel TAEG pubblicizzato. In ogni caso, la nullità della clausola non comporta la nullità del contratto.

Se quindi la mancanza totale o parziale dell’ISC nel credito al consumo “non determina alcuna incertezza sul contenuto effettivo del contratto stipulato e del tasso di interesse effettivamente pattuito”, – secondo il Tribunale – a fortiori si deve escludere che l’erronea pubblicizzazione dell’ISC è insuscettibile di configurare le conseguenze dell’art. 117.6 TUB ovvero la nullità delle clausole contrattuali che prevedono prezzi e condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati, con la conseguente sostituzione ai sensi del 117.7 TUB dei tassi BOT.

Ciò però non equivale ad escludere la responsabilità contrattuale dell’istituto bancario, poiché tale comportamento configura un illecito dell’intermediario finanziario per violazione degli obblighi di pubblicità e di trasparenza.

Tuttavia, dato che gli attori non hanno eccepito tale doglianza, il Trib. non procede ad un ulteriore accertamento istruttorio e rigetta la prima domanda.

Per quanto riguarda il secondo motivo, ovvero l’illecita applicazione del contratto di mutuo di interessi anatocistici, ritenuta come la naturale conseguenza dell’applicazione dell’ammortamento c.d. “francese”, occorre premettere innanzitutto che quest’ultimo rappresenti di gran lunga quello più utilizzato da tutti gli istituti bancari (a discapito di quello cd. “italiano”) e non è la causa naturale dell’applicazione di interessi anatocistici.

Infatti, anche nell’ammortamento francese gli interessi delle singole rate sono calcolate sul capitale residuo e non sul capitale comprensivo degli interessi, ciò escludendo ogni forma di anatocismo.

Si consideri che la particolarità dell’ammortamento francese è o quella di avere una rata costante nel tempo (in cui l’aumento della quota del capitale è inversamente proporzionale alla quota di interesse), oppure quella di avere un tasso variabile, quando il piano di ammortamento è simulatamente calcolato sulla base del tasso vigente alla data di stipulazione (come se dovesse rimanere costante). Il quantum il cliente deve alla banca non è frutto di operazione anatocistica, ma del metodo di calcolo proprio dell’ammortamento francese.

Considerazioni conclusive

La decisione in questione suscita molto interesse, ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda di una precedente pronuncia del Trib. di Roma[3], ma ponendosi in contrasto con precedenti giurisprudenziali[4].

Dato per assodato che non si configuri la nullità dell’intero contratto, è da comprendere se si possa configurare la nullità o meno della clausola e la sua sostituzione ai sensi del 117.7 TUB.

Punto focale dell’interpretazione è l’indice sintetico di costo. Posta l’obbligatorietà della sua prospettazione, occorre interrogarsi sulla sua funzione e sul suo contenuto.

Banca d’ Italia reputa l’ISC come indicatori che non esauriscono tutte le voci di costo[5] che potrebbero incidere sul costo effettivo e consiglia sempre di verificare i documenti informativi messi a disposizione del cliente.

Se si accetta tale orientamento allora bisognerebbe certamente escludere di poter configurare il 117.6 TUB, ma a questo punto anche qualsiasi responsabilità contrattuale dell’istituto bancario.

La conclusione ovviamente cambierebbe qualora nei documenti informativi non ci fosse alcun altro riscontro.

D’altra parte se invece si considera la funzione dell’ISC si potrebbero applicare gli artt. 117.6 e 117.7 TUB. Se è stato individuato nell’ISC lo strumento per mettere degli argini alla proliferazione informativa che non permetteva al cliente di comprendere in conclusione cosa stipulasse e a quali rischi andasse in contro, e se nei rapporti col consumatore si parla di neoformalismo, quale modo per riequilibrare l’asimmetria fisiologica, allora l’ISC dovrebbe contenere tutti i costi complessivi e rappresenterebbe ciò su cui in concreto il consumatore riponga il suo affidamento sui costi complessivi che lo porteranno poi a stipulare il contratto, che a condizioni diverse probabilmente non avrebbe stipulato.

Occorre, quindi soffermarsi sulla funzione dell’ISC e se questo debba o meno contenere tutti i costi effettivi, per poter optare o sull’eventuale responsabilità dell’istituto bancario oppure sulla nullità dell’intera clausola.

[1]  L’attore in sede di precisazione delle conclusioni rinuncia alla domanda riguardante gli interessi usurai.

[2]  Dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che si tratti della fattispecie in cui vi sia un maggior squilibrio contrattuale tra le parti.

[3] Ord. Trib. di Roma, n. 72029 del 19 aprile 2017, che fa leva della funzione meramente informativa dell’ISC.

[4]  Trib. di Chieti, 23 aprile 2015, n. 230; Trib. di Napoli, 25 maggio 2015, n. 7779.

[5] Cfr.https://www.bancaditalia.it/servizi-cittadino/cultura-finanziaria/informazioni-base/trasparenza-condizioni-contrattuali/

Qui il testo integrale: Trib. Milano, sent. 10832 del 26.10.2017

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap