Violazione degli obblighi di informazione ex artt. 21, 28 e 29 Reg. Intermediari



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Cass. Civ., Sez. 1, Ordinanza n. 3914 del 16/02/2018

di Michael Lecci


 

In fatto

La controversia de qua verte sull’asserita violazione degli obblighi informativi da parte dell’intermediario finanziario con specifico riferimento ad un’operazione di acquisto di titoli emessi dallo Stato argentino. Nella sentenza impugnata la Corte territoriale di Venezia escludeva la responsabilità della Banca sul presupposto che nei “contratti di deposito e amministrazione titoli l’intermediario non è tenuto ad informare della perdita di valore dei titoli verificatasi in data successiva all’acquisto», nonché in quanto, con riferimento «al momento dell’investimento, la consegna del documento sui rischi generali in investimenti finanziari era da ritenersi sufficiente» a livello di fattispecie concreta: si trattava «di risparmiatori consapevoli e avvezzi agli investimenti finanziari a rischio». Pertanto, ritenuti effettivamente assolti gli obblighi informativi, i giudici escludevano che la Banca avesse avuto un’incidenza causale nella scelta dell’investimento.

 

In diritto

I ricorrenti, adita la Corte di Cassazione sulla questione, lamentavano la violazione delle norme preposte alla corretta e cosciente formazione del consenso in sede di investimento ovvero, in particolare, lamentavano la violazione degli artt. 21, comma 1 lett. a) e b), 28 e 29 del Regolamento Consob 11522/1998; lamentavano inoltre la violazione dell’art. 23 comma 6 del TUF e dell’art. 1453.

Contrariamente a quanto statuito dalla Corte di merito, la doglianza non verteva sul mancato assolvimento degli obblighi propri del contratto di gestione ma era incentrata sull‘«omessa fornitura, all’atto della negoziazione circa natura, rischi ed implicazioni che caratterizzavano le obbligazioni argentine». I giudici di Venezia, infatti, non avrebbero colto la portata generale principio di cui all’art. 28, comma 2, Reg. Intermediari, ai sensi del quale «l’informazione deve sempre essere garantita al risparmiatore, costituendo attuazione dell’obbligo di curare l’interesse del cliente (art. 21 TUF).

Violazione obblighi informativi

Gli ermellini, conformemente a quanto lamentato dai ricorrenti, rilevano che la Corte territoriale non si era espressa in ordine a tale punto; in prima battuta, la Suprema Corte ribadisce il carattere generale di quanto previsto dall’art. 28 Reg. Int. (in tal senso anche Cass. Civ., 3 luglio 2017, n. 16318).

In secondo luogo, i giudici si esprimono in merito alla natura delle informazioni trasmesse al cliente ribadendo[1] che:

  • le informazioni devono essere concrete e specifiche, come propriamente ritagliate sul singolo prodotto di investimento;
  • devono essere trasmesse indipendentemente dalle peculiari caratteristiche di esperienza dell’investitore e di peso dell’investimento rispetto al patrimonio complessivamente investito (nel caso di specie era pari al 30%).

Nesso di causalità

In ordine al nesso di causalità tra il comportamento della Banca ed il pregiudizio subìto dagli investitori la Corte di Venezia affermava che «l’investitore deve dimostrare, sia pure ricorrendo a presunzioni, che il pregiudizio subito per l’acquisto di titoli nella specie obbligazionari sia dipeso dal comportamento dell’istituto di credito e non anche dalla sua scelta di investire in titoli speculativi: prova che nella specie non è stata in alcun modo fornita dagli appellanti». I ricorrenti censuravano tale statuizione ritenendo che compito dei giudici fosse quello di accertare la prova positiva della diligenza e dell’effettivo adempimento delle obbligazioni poste a carico dell’intermediario. In caso contrario, questo sarebbe condannabile al risarcimento.

La Corte di Cassazione, non condividendo il ragionamento compiuto dalla Corte territoriale, afferma che la mancata trasmissione delle informazioni che risultano a carico dell’intermediario ingenera una presunzione di riconducibilità ad essa dell’operazione. In tal senso sono da annoverare gli artt. 21 e 23 del TUF, così come arricchiti dal Reg. Intermediari.

La prescrizione di rigorosi doveri informativi a carico dell’intermediario è strumentale all’orientamento dei clienti verso scelte di investimento che siano consapevoli e ragionevoli, non già casuali o comunque di segno irresponsabile. Non agisce nel rispetto di tali prescrizioni l’intermediario che trascura i propri compiti di informazione del cliente ed il cui comportamento si manifesta quale fattore di disorientamento del risparmiatore. La condotta dell’intermediario, infatti, rappresenta un momento costitutivo delle singole decisioni di investimento.

Tuttavia, ciò non esclude che l’intermediario possa dare contezza delle sopravvenienze che siano atte a deviare la catena causale emergente dal vigente sistema normativo delineato dalla disciplina di settore (tra le altre Cass., 17 novembre 2016, n. 23417 (per cui il mancato rispetto degli obblighi di informazione «comporta un alleggerimento dell’onere probatorio gravante sull’investitore ai fini dell’esercizio dell’azione risarcitoria: non nel senso che il danno dall’inadempimento degli obblighi informativi possa rivelarsi in re ipsa, ma in quello più limitato di consentire l’accertamento in via presuntiva del nesso di causalità»; di Cass. 3 giugno 2016, n. 11466; di Cass., 18 maggio 2017, n. 12544; di Cass., 7 giugno 2017, n. 14166; di Cass., 31 gennaio 2014, n. 2123)[2].

Alla luce di tali ragioni la Corte di Cassazione ha accolto entrambi i motivi di ricorso.

[1] In senso conforme: Cass., 23 settembre 2016, n. 18702; Cass., 3 aprile 2017, n. 8619; Cass., 31 agosto 2017, n. 20617; Cass., 23 maggio 2017, n. 12937; Cass., 31 marzo 2017, n. 8314.

[2] Lo stesso orientamento trova rispondenza nella giurisprudenza della Suprema Corte in relazione alla domanda risarcitoria proposta dall’assicurato (ai sensi dell’art. 33 comma 2 della legge 10 ottobre legge 1990, n. 230). anticoncorrenziale. Si veda, in modo particolare, la recente pronuncia di Cass., 20 maggio 2014, n. 11904, che ha ribadito come, «in tale situazione, provata l’intesa anticoncorrenziale e provata la stipula di una polizza, il nesso di causalità giuridica può essere escluso soltanto se l’assicuratore prova la sopravvenienza di fatti idonei di per sé soli a determinare l’aumento dei premi».

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. I, Ord. 3914 del 16.02.2018

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