Operazioni di investimento e di disinvestimento: negozi distinti



Cass. Civ., Ordinanza, 29111 del 2017

di Antonella Negro

 

Le operazioni di investimento e quelle di disinvestimento integrano negozi distinti ed autonomi dal punto di vista giuridico anche se compiute in tempi più o meno ravvicinate e qualificate da una relazione di interdipendenza  sul piano della descrizione empirica.

Lo ha precisato la Corte  di Cassazione  con  ordinanza  5 dicembre 2017,  n. 29111 con cui ha accolto il ricorso di due sorelle che dopo la morte del padre chiedevano alla banca un risarcimento per la gestione scorretta del suo portafoglio.  A sostegno della domanda, le ricorrenti avevano  accertato che ingenti somme  erano state investire in obbligazioni emesse dai paesi dell’est europeo, ossia in valori mobiliari ad altissimo rischio speculativo. E non solo. Le sorelle  avevano precisato che i singoli ordini di acquisto e di vendita poste in essere dal padre risultavano indipendenti gli uni dagli altri, presentando semmai un collegamento negoziale con  il contratto quadro.

In particolare, la  Corte di Cassazione non ha ritenuto corrette le affermazioni formulate dalla Corte di Appello in ordine alla riconducibilità delle operazioni di disinvestimento e di investimento alle figure del contratto complesso e del collegamento negoziale.     

Quanto ai contratti complessi, la Suprema Corte ha ribadito che essi sono caratterizzati dall’esistenza di una causa unica che si riflette sul nesso intercorrente tra le varie prestazioni con un’intensità tale da precludere che ciascuna delle predette prestazioni possa essere rapportata ad una distinta causa. Pertanto, nel caso de quo, affermare che i diversi negozi  fossero legati da un nesso finalistico non è sufficiente ad asserire che i medesimi costituissero elementi di un contratto complesso, essendo necessaria la combinazione di diversi schemi negoziali che, fondendosi in un’unica causa, diano vita a un contratto nuovo e distinto da quelli oggetto di esame. 

Per il riferimento al collegamento negoziale, il giudice di legittimità ha, invece, precisato che affinché possa configurarsi un collegamento in senso tecnico, è necessario che ricorra sia il requisito oggettivo  che quello soggettivo. Il primo costituito dal nesso teologico tra i negozi diretti alla regolamentazione degli interessi reciproci delle parti nell’ambito di una finalità pratica consistente in un assetto economico globale ed un unitario; il secondo coincidente con il comune intento pratico delle parti di volere non solo l’effetto tipico dei singoli negozi in concreto posti in essere, ma anche il coordinamento tra di essi per la realizzazione di un fine ulteriore che ne trascende gli effetti tipici  e che assume una propria indipendenza causale. Ne deriva che la fattispecie dei contratti collegati presuppone che le parti abbiano inteso preordinare, fin dall’origine, le singole operazioni di finanziamento  ad un risultato differente rispetto a quello dei negozi di investimento e di disinvestimento. Evenienza di cui la Corte di Appello non ha dato conto, stante il suo silenzio in ordine ad una ipotetica volontà dell’istituto bancario in tal senso.

Qui la sentenza: Cass. Civ. Ordinanza, 2017, 29111

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