Rimesse solutorie: prescrizione e formulazione dell’eccezione – Valerio Maria Pennetta



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Commento all’ordinanza Cass. Civ., sez. VI, n. 20933/2017.

Di Pennetta Valerio Maria.

L’ordinanza n. 20933/2017 ha ad oggetto una controversia tra un correntista (in qualità di ricorrente) ed una banca (in qualità di resistente). Il ricorrente aveva stipulato un contratto di c/c con la Banca resistente, al quale si era affiancato, nel novembre del 1983, un ulteriore contratto di apertura del credito.

Il ricorrente aveva proposto dinnanzi al Tribunale di Lecce un’azione di ripetizione delle somme indebitamente percepite dalla Banca, in quanto tali somme derivavano da interessi ultra-legali trimestralmente capitalizzati. Il Tribunale accoglieva il ricorso e condannava la Banca al pagamento in favore dell’attore di € 227.833,48 oltre agli interessi legali dalla data della messa in mora al saldo effettivo.

La Banca impugnava la sentenza dinnanzi alla Corte d’Appello di Lecce, la quale, per i motivi che vedremo, riformava parzialmente la sentenza di primo grado, rideterminando la somma dovuta dall’appellante. Alla base di questa sentenza c’erano due motivi:

  1. La Corte, accogliendo l’eccezione dell’appellante, ha ritenuto prescritto il diritto dell’appellato derivante dai versamenti in c/c di natura solutoria (ovvero quei versamenti che vengono effettuati per rientrare da una posizione di scoperto). Infatti tale diritto si prescrive in 10 anni a partire dalla data in cui i versamenti sono effettuati, il che vuol dire che il dies a quo è fissato nell’esatto giorno in cui il correntista effettua un versamento (solutorio) in c/c (i versamenti ai quali la sentenza faceva riferimento erano quelli effettuati in data anteriore al decennio 15/02/95 – 15/02/05). In realtà la Banca non aveva specificato quali versamenti fossero di natura solutoria e quali di natura ripristinatoria (ovvero quei versamenti che il correntista fa semplicemente per ripristinare la provvista, in assenza di una situazione di scoperto), per i quali il dies a quo è fissato nel giorno di chiusura del rapporto. La Corte, in questa occasione, ha applicato il principio del c.d. overruling, così come espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza 15144/2011. Questo principio ricorre allorquando si registra una repentina ed inopinata svolta giurisprudenziale rispetto ad un precedente diritto vivente consolidato che si risolve in una compromissione del diritto d’azione e di difesa di una parte.
  2. La Corte accoglieva l’eccezione della Banca, secondo la quale la sentenza di primo grado era viziata dalla c.d. ultrapetizione. Tale vizio si ha allorquando il giudice va oltre il chiesto (petitum), ovvero si pronuncia su una o più questioni per le quali la parte attrice non ha richiesto un suo intervento (ne eat iudex ultra petita partium). Infatti, nel caso di specie, il Tribunale di Lecce aveva condannato la Banca a restituire le somme indebitamente percepite, in quanto derivanti da interessi ultra legali e trimestralmente capitalizzati, e gli interessi creditori maturati nel corso del rapporto (per i quali, a detta della Corte d’Appello, non c’era un’apposita domanda dell’attore).

La sentenza viene impugnata dal cliente con ricorso in Cassazione. Il ricorso contiene due motivi, entrambi, per le ragioni che vedremo, accolti dalla Suprema Corte.

Il primo riguarda la prescrizione del diritto di credito derivante dai versamenti in c/c. Gli ermellini sostengono che, a fronte di una richiesta della Banca generalmente formulata con riferimento a tutte le rimesse affluite sul conto, la Corte d’Appello ha erroneamente applicato il principio dell’overruling, enunciato da Cass. S.U. n. 15144/011 con esclusivo riguardo al mutamento di un consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di norme processuali (il corsivo è citazione della sentenza). Nel caso di specie tale principio non è stato applicato con riferimento a norme processuali, ma a norme sostanziali, quali sono quelle relative al dies a quo in tema di prescrizione del diritto derivante dai versamenti in conto corrente. Inoltre la Cassazione sostiene che, qualora la stipulazione del contratto di apertura di credito non sia in contestazione, la natura ripristinatoria delle rimesse è presunta, dunque è onere della Banca dimostrare la diversa natura onde eccepire l’avvenuta prescrizione, cosa che, nel caso di specie, non è stata fatta (cfr. Cass. N. 4518/2014; Cass, S.U. n. 24418/2010).

Il secondo motivo riguarda l’accoglimento dell’eccezione del vizio di ultrapetizione, sollevato dinnanzi alla Corte d’Appello dalla Banca. I giudici della Suprema Corte dichiarano manifestamente fondato suddetto motivo, in quanto nella citazione la parte attrice aveva espressamente domandato anche il riconoscimento degli interessi creditori maturati nel corso del rapporto. Inoltre possono essere considerati implicitamente ricompresi nella domanda principale di ripetizione dell’indebito, previa esatta determinazione del dare e dell’avere. Questa, per forza di cose, si riferisce a tutte le somme indebitamente trattenute dalla banca.

Per questi motivi la Cassazione accoglie il ricorso presentato dal cliente della Banca e rinvia alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione.

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