Nullità di protezione: la questione dei contratti bancari monofirma – Michael Lecci



3 min read

Commento Ordinanza Cass. Civ. Sez. I, n. 10447/2017,

di Michael Lecci

 


 

L’ordinanza 10447, del 27 aprile 2017, con cui la Prima sezione della Corte di Cassazione rimetteva al primo Presidente la decisione circa la validità dei contratti non sottoscritti dall’intermediario finanziario, ha ri-acceso il vivace dibattitto riguardante i contratti monofirma. La questione si pone in un panorama −dottrinale e giurisprudenziale − frastagliato in cui sono rinvenibili posizioni contrastanti circa la portata dell’art. 23 TUF.

Nel caso di specie i ricorrenti chiedevano l’accertamento della nullità del contratto-quadro di gestione patrimoniale, investimento e finanziamento per mancata sottoscrizione da parte del funzionario della banca. La richiesta attorea faceva leva sulla mancanza della forma scritta richiesta ad substantiam ex artt. 23 del TUF e 30 del Regolamento Consob n. 16190/2007. La banca convenuta, costituitasi in giudizio, produceva il contratto-quadro sottoscritto dal cliente.

Sebbene suddetti articoli richiedano, ai fini della validità del contratto, la forma scritta (la cui mancanza potrà essere eccepita esclusivamente dal cliente), dal tenore delle norme non è ben chiaro se sia, o meno, necessaria la sottoscrizione dell’intermediario. Parte della dottrina, e della giurisprudenza, guardando la materia in ottica protezionistica, sostengono che la forma cui si fa riferimento nella normativa sia quella ‘informativa’, cioè quella volta a portare all’attenzione del cliente (parte debole del rapporto) le clausole e le caratteristiche del negozio che si accinge a compiere, fornendogli tutte le informazioni utili a tal fine. In questa ipotesi di ‘forma di protezione’, la sottoscrizione del contratto-quadro da parte del cliente sarebbe di per sé sufficiente per integrare il requisito formale ex art. 23 TUF, con la conseguenza che l’unica volontà che deve risultare per iscritto −ad substantiam− sia quella dell’investitore ben potendo la banca manifestarla in qualsiasi altro modo consentito dall’ordinamento. Contrariamente, la restante parte (spiccano in tal senso numerose sentenze della Suprema Corte: n. 6559/2017, 5919/2016, 8395/2016,10331/2016), pur riconoscendo la finalità protezionistica della forma scritta in materia bancaria e finanziaria, propende per la rilevanza ad validitatem actus della sottoscrizione della banca.

Ora la parola spetta alle Sezioni Unite che dovranno verificare se un requisito formale, posto a presidio della parte debole del rapporto, possa essere ignorato anche laddove si sia raggiunto lo scopo che la norma si era prefissata. In tal senso, anche coerentemente con gli obblighi di buona fede e correttezza (ex artt. 1175 e 1375 c.c.) che presiedono ogni tipologia di rapporto contrattuale, si potrebbe pensare che la soluzione che meglio risponde alla prescrizione formale ex art. 23 TUF sia quella che propende per l’irrilevanza della mancata sottoscrizione del contratto da parte dell’intermediario. In caso contrario si rischia di dare un peso eccessivo ad un’‘inutile’ formalità che sembrerebbe essere poco in linea con la ratio della norma. Inoltre, qualora si ritenga necessaria la sottoscrizione della banca, non si potrebbe neppure esentarla da responsabilità per il solo fatto che si sia limitata a rispettare forme o formalismi. La questione, in tal caso, si sposterebbe sulla ripetibilità di quanto versato a favore del cliente o, ancora, su un’ipotetica convalida del contratto nullo (ravvisando uno dei casi previsti all’art. 1423 c.c.).

 

Download Ord.

Download Commento

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap