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«“Stoner” è un romanzo su cosa significhi essere umani.»

La storia di William Stoner è quella ordinaria, di un comune uomo qualsiasi: origini umili, figlio di braccianti, si iscrive all’università, più per convenzione sociale, che per convinzione personale, per rincorrere una “promozione” sociale, più che per una passione per lo studio.
Insomma, una vita frugale, forse banale, una vita qualunque, dedita al sacrificio.

Ed è il sacrificio il vero leitmotiv del romanzo: la difficoltà di sopravvivere, di avere rapporti amicali, di amare una donna ed essere ricambiato, di crescere una figlia, di avere rapporti di colleganza accademici.

È un romanzo anche sull’università, forte dell’esperienza personale dell’Autore, che non manca di riservare stilettate a un ecosistema a tratti clientelare, a tratti fondato su scontri politici e giochi di potere.

Per la stessa ammissione del suo Autore, a giudicare dalle apparenze, Stoner può essere considerato un fallito, come uomo e come insegnante: un soggetto anonimo, che si barcamena tra un dipartimento irriconoscente e una famiglia precaria, in uno scollamento radicale tra il suo senso del dovere e quello che egli ottiene. Persino la sua morte, sembra corroborare una mediocre carriera. Non è così, tuttavia.
Willy Stoner è un uomo, che non trovando alcun significato nel mondo, lo ha ricercato nell’onestà ostinata della propria professione.

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