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«Il movente di tutte le attività sociali importanti sta nel desiderio di potere.»

Quella di Bertrand Russell è una analisi meticolosa, razionale, lucida e – a tratti – avveniristica della “poliedricità” del potere, che può essere organizzazione pubblica, smaniosa ambizione individuale, approdo sicuro, soluzione compromissoria ottimale.

Ne esamina i punti di precario equilibrio, tra tutti i suoi diversi corollari: la fede, la propaganda, l’istruzione, la struttura organizzativa, il consenso. Ne svela, al contempo, gli inganni, i malcelati compromessi, l’eterna lotta tra dominatori e dominati, destinati, in assenza di solidi ed efficaci correttivi, ad alternare vicendevolmente le loro rispettive fortune.

Russell disvela anche i limiti della democrazia, che vive, anch’essa, di un equilibrio precario; lo fa in un’epoca segnata dai totalitarismi e dalle loro chimere, ma con argomentazioni, purtroppo, valide tutt’oggi.

Quel senso di sfiducia, di “irrilevanza” che può provare il singolo cittadino rispetto a una decisione, a una scelta, a una politica troppo più grande di lui e che ne fagocita il consenso, è resistito e resiste sino ai giorni nostri, nella disaffezione e nello scetticismo verso una classe dirigente che del potere tende a fare un fine e non un mezzo.

Ecco, quindi, perché l’avvertimento finale riecheggia ancora più forte: è necessaria e preordinata una educazione dubitativa, che rifugga dall’eloquenza e sposi il confronto ragionato.

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