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«Un flusso di coscienza sagace.»

Un flusso di coscienza sagace, uno spartito con movimenti e tempi musicali semplici e composti, che incalzano il lettore tra biografico e autobiografico, in un perenne peregrinare tra passato, presente, ammirazione e nostalgia, riconoscenza e affetto, disilluso pragmatismo e cosciente passione, solide radici e slanci pindarici.
Dell’opera di Paolo Nori si può dire ciò che lui attribuisce a quella di Raffaello Baldini, il poeta romagnolo del quale quasi canta le gesta letterarie: fa vedere, al lettore, le “cose” che lo circondano come se le vedesse per la prima volta; rende visibile il visibile.

Lo fa tramite un disvelamento, a tratti dissacrante, della realtà di tutti i giorni, quella che siamo così tanto abituati a vedere, che non guardiamo.

Ecco, quindi, in un calembour prospettico, intrecciarsi l’opera del Baldini con quella di Nori con quelle precedenti di Nori, dedicate alla letteratura russa, ma anche alla vita calma della Romagna autentica: le une si sciolgono nelle altre, tratteggiando il ritratto unico di uno scrittore che non sa se scrive libri belli, per quanto auspica che possano “durare” come le case edificate dal padre costruttore edile.
Insomma, Nori ci fa entrare assieme a lui nella sua stanza più personale; prima di chiudere la porta e iniziare a “urlare”.

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