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«Solo Grisham sa narrare la professione forense nel suo più profondo realismo»

Solo Grisham sa narrare la professione forense nel suo più profondo realismo, fatto di successi, sconfitte, aspettative tradite, forse malriposte, scrivanie caotiche, affanni, loft e studi invisibili, ricerche, rincorse, colpi di genio, lavoro e clienti, compensi orario e attività pro bono.

La vicenda è una delle più classiche della giustizia statunitense: le ultime settimane di un condannato a morte.

Sam Cayhall, rinchiuso nel braccio della morte, abbandonato da ogni speranza, al punto da revocare finanche la procura ai suoi ultimi avvocati. Poi, il colpo di scena. Il nipote, che lavora proprio per lo stesso rinomato Studio legale, si presenta in carcere, a conoscere quel nonno dall’ingombrante passato, un po’ dettato dalle circostanze e un po’ voluto: quello di un omicida, razzista, forse colpevole anche dell’attentato che gli è valsa la condanna capitale.

La narrazione fa la spola, quindi, tra il braccio della morte, dove diventa un desiderio anche poter (ri)vedere sorgere il sole, le aule delle Corti e le stanze degli Studi, ma anche tra la morale, il sentire comune, la giustizia, la vendetta, la redenzione, il senso di colpa.

Il giovane Adam e il vecchio Sam, a recuperare un rapporto familiare mai avuto, lottando contro il tempo, divenuto quello della teatralità degli ultimi appelli, in cui ognuno recita il ruolo cui gli eventi lo hanno delegato, tra vanità, dubbi reviviscenti, manie di protagonismo, esaltazioni, in un tritacarne mediatico.

Che spinge il lettore a interrogarsi, accompagnando nello sbattimento il giovane legale (quasi un leitmotiv della narrazione grishamiana), su una delle più grandi questioni etiche della giustizia: può un uomo pagare con la propria vita il proprio passato, anche, probabilmente, al di qua di ogni ragionevole dubbio?

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