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«L'esistenza è, per chiunque, un apprendistato.»

L’esistenza è, per chiunque, un apprendistato, su di una pluralità di materie, che spaziano dalle amicizie, agli affetti, sino alle scelte, alle gerarchie, agli entusiasmi, alle delusioni e alle rinunce: tutte contribuiscono all’arte più grande di tutte, quella di vivere.

Ecco, perché, l’autobiografia di Corrado Augias è un reportage della sua vita, ma anche della storia (perlomeno, di un suo lungo tratto) d’Italia, infarcito di quella letteratura, arte, musica, filosofia, religiosità, società e costumi, che l’hanno, nell’essenza, modellata; è il racconto del convitato sazio di lucreziana memoria, soddisfatto di ciò che è stato, senza rimpianti, senza rancori, con una percentuale di antipatie “decisamente tollerabile”.

Gli studi, poco convinti, in giurisprudenza; gli approcci con una politica mossa da idee e valori sostanziali, molto diversa dal simulacro dei giorni nostri; i primi concorsi, i cui esiti, quasi casualmente, predilessero la carriera in Rai, conclusasi solo a causa del recentissimo, drastico revirement nelle politiche aziendali.

Il racconto è tutt’altro che una geremiade, di nostalgico passatismo. E’ il cammino di un uomo profondamente razionale, che ha sempre cercato di adeguare il proprio passo alle circostanze, senza eccedere nella troppa stasi e, al tempo stesso, negli affanni.

Occorre fermarsi il tempo giusto, per osservare e comprendere, senza preclusioni, senza presupposizioni, senza preconcetti. Da qui origina un’analisi onesta del rapporto con la filosofia, che tanto ha contributo nella formazione personale, sì come con la religione, quasi imposta nell’adolescenza, rispettata nei suoi assiomi e ritualità nell’età adulta, in una ridefinita condizione di ateismo, che è, più che altro, la condizione di un uomo che si interroga e interroga la propria ragione, senza essere benedetto dal dono della fede (al giorno d’oggi, invero, spesso, derubricato in una formale reiterazione di gesti, riti, invocazioni).

«Il vecchio, arrivato a pochi passi dall’uscita, si guarda intorno sbalordito da un mondo che fatica talvolta a riconoscere e che spesso gli piace poco.». La conoscenza, ormai, è diffusa e parcellizzata, liberamente accessibile, tanto per chi la produce e diffonde, quanto per chi la ricerca, minandone attendibilità ed efficacia. La fisicità è soppiantata dalla dematerializzazione, dei rapporti, dei contatti, degli incontri. La religione ha subito l’onta della secolarizzazione, senza essere, pur tuttavia, stata rimpiazzata da un adeguato impianto valoriale, creando un senso di svalutazione diffusa, della vita propria e di quella degli altri, testimoniato da un generalizzato eccesso di violenza, fisica e verbale, indolenza morale, anaffettività.

Lo sguardo del narratore, però, non si vena mai di censura, ma è sempre analitico, votato alla comprensione, alla lucida ricerca delle cause e dei motivi, coadiuvato anche da un sano, prudente ottimismo, verso i ritrovati dei tempi moderni.

Perché, in fondo, dopo gli spezzoni di vita, umana e professionale, trascorsi tra Roma, Parigi e New York, impostata da una formazione liceale sostanziosa e sostanziale (oggi, quasi utopica), addentellati con le asprezze della guerra, gli entusiasmi della rinascita economica e delle conquistate riforme sociali, costellati dalla silente (ma non troppo) presenza di Maestri e delle loro opere, l’insegnamento, per lettori e posteri, è uno solo: la vita s’impara, anche, purtroppo, senza saperlo per tempo.

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