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«È la narrazione, introspettiva e retrospettiva, di una dedizione lunga tutta una vita, nella sua accezione più intensa e totalizzante.»

È la narrazione, introspettiva e retrospettiva, di una dedizione lunga tutta una vita, nella sua accezione più intensa e totalizzante. La dedizione di un maggiordomo, Mr. Stevens, che ha postposto tutto alle necessità del suo signore: gioie, lutti, delusioni, curiosità.

E anche l’amore, mai compiutamente provato, sempre compostamente celato, dietro quell’etichetta sociale riferibile a un maggiordomo di dignità e grandezza: due vocaboli non casuali; dal contenuto ricercato, discusso, dibattuto e difeso, al limite (o, forse) oltre il classismo sociale, che è accettato, tollerato e metabolizzato, quale meccanismo necessario, di suddivisione dei ruoli per competenza.

Ecco, quindi, che il maggiordomo immola tutta la sua esistenza per concorrere ad aiutare il proprio signore nella più proficua realizzazione dei propri obiettivi, siano essi sociali, economici, politici. È un’ombra silente, sempre presente, sempre al suo posto, sempre adesiva all’uomo che la genera.

Il viaggio di riposo si rivela un racconto biografico, di una serie di accadimenti, aneddotica, eventi, che tutti servono a descrivere ciò che un maggiordomo degno del suo ruolo deve riuscire a realizzare: il savoir faire della continenza, di accontentare i desiderata, di conoscere il proprio ruolo e le proprie mansioni.

Sacrificando tutto il resto.

Finché cala la sera, momento gratificante per molti; o, meglio, quel che resta del giorno, il tempo del redde rationem; del valutare tutti gli scenari alternativi che avrebbero potuto essere e non sono stati.

Con la consapevolezza di poter cambiare vita, perlomeno all’imbrunire.

O, forse, no.

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