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«Una storia di amicizia e resilienza, di quelle che non esistono più.»

Nel Salento dei nostri nonni, all’indomani della fine della guerra, gli strascichi di una tragedia durata troppi anni si palpano ancora, vividi e mordenti.

In quegli anni nel territorio delle marine di Nardò venne realizzato un grande campo di accoglienza per ebrei scampati all’Olocausto, gestito dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration).

Questa è la storia del rapporto tra la popolazione autoctona e i rifugiati, sotto ogni aspetto e sfaccettatura: dal rispetto, alla paura, all’odio scaturito dall’ignoranza, intesa proprio come non conoscenza di cosa fosse un campo di concentramento, un lager, l’Olocausto. Ma è anche la storia dell’amicizia e della resilienza, quella vera, di un gruppo di adolescenti, di un paesino di poche anime e delle famiglie e “razze” radicatesi nel tempo. È la storia dell’amore fraterno e della condivisione di quel niente che per quanto poco possa essere sarà sempre meglio se spartito con gli amici.

Questo racconto, è frutto della fantasia dell’autore ma tanti episodi analoghi saranno realmente accaduti, in una terra periferica, amara, ma ancora così autentica.

Il romanzo si lascia leggere piacevolmente, nonostante qualche passaggio lento e ripetitivo.

La ridondanza di alcuni concetti è ben compensata dall’intensità della storia di fondo, il nocciolo intorno al quale tutto gira e la trama si sviluppa.

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