Dell’atto di opposizione avanzato dal legittimario pretermesso.



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Nota a ABF, Collegio di Bologna, 24 gennaio 2022, n. 1456.

di Donato Giovenzana

 

Oggetto della controversia è il diritto dei ricorrenti, eredi testamentari, di vedersi liquidata la somma giacente sul conto corrente intestato al de cuius a seguito dell’espletamento degli adempimenti fiscali (presentazione della dichiarazione di successione, di cui è allegata copia). In particolare, gli eredi ricorrenti si sono visti negare la liquidazione delle somme da parte della banca, avendo questa ricevuto formale opposizione e diffida al pagamento da parte di un soggetto che si è qualificato erede legittimario pretermesso.

L’opposizione della legittimaria pretermessa risale al 6.8.2020 e parte ricorrente riferisce che alla stessa non ha fatto seguito alcuna azione giudiziaria.

La banca riferisce di avere, al fine di sbloccare la situazione, richiesto al legale dell’opponente se avesse intenzione di promuovere l’azione giudiziale o, in alternativa, di “rinunciare a ogni pretesa, liberando le somme”, ma di non avere ottenuto riscontro. La banca invoca l’art. 14 del contratto di conto corrente sottoscritto dal de cuius e agli atti, il quale prevede che “nel caso di morte o sopravvenuta incapacità di agire dei cointestatari del conto … la banca deve pretendere il concorso di tutti i cointestatari e degli eventuali eredi e del legale rappresentante dell’incapace, quando da uno di essi le sia stata notificata opposizione anche solo con lettera raccomandata”.

Il Collegio felsineo osserva innanzitutto che la norma contrattuale fa espresso riferimento agli “eredi”, qualifica che nel testamento è espressamente esclusa per il soggetto opponente, il quale quindi non può dirsi tale sino ad eventuale pronuncia giudiziale che accerti la sua eventuale qualità di erede. La parte prevalente della giurisprudenza sostiene infatti che il legittimario non sia automaticamente erede con l’apertura della successione, ma lo divenga, se pretermesso, solamente una volta ottenuta la sentenza di riduzione, in quanto la preterizione impedisce qualsiasi delazione a favore del legittimario. La tesi trova riscontro nel testo dell’art. 551 co. 2 c.c., secondo cui il legittimario legatario in sostituzione di legittima non è erede. In tale senso si rimanda a Cass. Civ. n. 2914/2020: “il legittimario totalmente pretermesso, proprio perché escluso dalla successione, non acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero per il solo fatto della morte del de cuius, la qualità di erede, né la titolarità dei beni ad altri attribuiti, potendo conseguire i suoi diritti solo dopo l’utile esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, e quindi dopo il riconoscimento dei suoi diritti di legittimario”; ed a Cass. Civ. n. 25441/2017: “il legittimario pretermesso è privo di una vocazione ereditaria, e pertanto gli è preclusa la possibilità di poter accettare l’eredita, in quanta l’unico modo di adizione della stessa è la sola proposizione dell’azione di riduzione, il cui positive accoglimento determina l’acquisto della qualità di erede. Ne consegue che anche la presentazione dell’azione di riduzione non può determinare immediatamente l’acquisto della qualità di erede, in assenza appunto di una vocazione, occorrendo in ogni caso attendere il passaggio in giudicato della decisione che accolga la relativa domanda…”.

In conformità si possono richiamare anche Cass. Civ. n. 251/1999 e 10775/1996.

In forza di quanto sopra osservato, secondo l’Abf bolognese, il ricorso merita accoglimento.

 

Qui la decisione.

 

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