Responsabilità della Banca per smobilizzo dei titoli e accredito delle somme dell’investitore, senza il suo consenso, sul conto del padre.



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Nota a App. Lecce, Sez. I, 31 gennaio 2022, n. 134.

di Marco Chironi

 

 

 

 

 

Nella fattispecie al vaglio della Corte d’Appello di Lecce, decisa con sentenza n. 134 del 31.01.2022, il giudice di gravame si è soffermato sulla responsabilità della Banca per lo smobilizzo, senza il consenso dell’investitore, di una parte dei titoli.

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L’attore agiva in giudizio invocando la responsabilità della Banca e chiedendo il risarcimento dei danni consistenti nella somma sottratta senza il suo consenso, nel danno morale, oltre al ristoro della perdita da chances, da determinarsi in via equitativa.

All’esito dell’istruttoria del giudizio di primo grado, il Tribunale di Lecce accoglieva parzialmente la domanda e condannava la Banca al pagamento di € 34.249,80, dando però atto che tale somma risultava essere già nelle more stata corrisposta dalla Banca in favore dell’attore.

Mentre, per quanto concerne l’ulteriore somma richiesta, veniva accertato che l’investitore avesse ricevuto due accrediti da parte del titolare di un conto corrente, suo “stretto congiunto”, che aveva beneficiato del ricavato del rimborso dei fondi comuni.

Nulla a titolo di danno morale e di perdita di chances.

Avverso tale provvedimento proponeva impugnazione l’investitore, sostenendo in primis che non fosse provato che i due accrediti costituissero la restituzione della somma indebitamente sottratta dal suo conto.

La Corte d’Appello di Lecce ha evidenziato come le somme di denaro fossero transitate sul conto del padre dell’attore, senza il consenso di quest’ultimo, al fine di ripianare una ingente somma debitoria. Successivamente, parte dell’importo richiesto dall’attore veniva accreditato sul suo conto attraverso un’operazione di giroconto proveniente dal rapporto bancario del padre. Per tali motivi, ad avviso della Corte distrettuale l’attore avrebbe dovuto provare una diversa causale di quegli accrediti, producendo, ad esempio, fatture emesse o distinte di versamento.

Quanto alla censura della decisione di primo grado per mancato riconoscimento del danno morale, la Corte d’Appello ha osservato come detto danno non sia in re ipsa. Nel caso di specie tale danno non è stato provato e, inoltre, è stato escluso dalle risultanze processuali.

 

Qui la sentenza. 

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