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Nota a Cass. Civ., Sez. Un., 9 settembre 2021, n. 24414.

di Laura Albanese

 

 

 

 

Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono state recentemente chiamate a esprimersi su una questione particolarmente delicata e che presenta interessanti tratti di innovatività, correndo sul ripido crinale della libertà di insegnamento e di coscienza religiosa, al fine di stabilire se il crocifisso esposto alla parete di un’aula scolastica di un istituto di istruzione secondaria superiore si ponga in contrasto con il diritto del docente dissenziente – che ritenga di voler fare lezione “senza essere costretto nella matrice religiosa impressa” dall’ostensione del simbolo – e, dunque, collida con il divieto di discriminazione su base religiosa.

Nell’ordinanza di rimessione, la Sezione lavoro della Suprema Corte ha evidenziato, tra le altre cose, come l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non sia imposta nel nostro ordinamento da disposizioni di legge, bensì da fonti di rango secondario[1], risalenti nel tempo e applicabili alle sole scuole medie inferiori e alle scuole elementari[2], appartenenti all’epoca pre-costituzionale e, dunque, indiscutibilmente segnate dal confessionalismo di Stato e da una struttura fortemente accentrata e autoritaria dello Stato stesso.

Nel caso sottoposto all’attenzione dei giudici di legittimità, infatti, l’affissione del crocifisso era stata stabilita con circolare del dirigente scolastico, nell’ambito della quale si evidenziava come gli studenti della classe interessata, riuniti in assemblea, si fossero favorevolmente pronunciati proprio in merito all’affissione del crocifisso durante tutte le ore di lezione; dunque, il dirigente scolastico, dopo aver ritenuto la scelta degli studenti “coerente con la cultura italiana, che ha nel pensiero cristiano una componente fondamentale, e con le leggi e la Costituzione di questo Paese”, aveva invitato formalmente tutti i docenti “a rispettare e a tutelare la volontà degli studenti, autonomamente determinatasi ed espressa con chiarezza nel verbale di assemblea”.

Poiché, tuttavia, uno dei docenti del Consiglio di classe proseguiva a rimuovere il crocifisso durante le sue ore di lezione – per poi riposizionarlo sulla parete al termine delle stesse – anche a seguito di ulteriore diffida, ne conseguiva un procedimento disciplinare, conclusosi con l’irrogazione della sanzione della sospensione del docente per trenta giorni.

Da quanto innanzi riportato emergono i profili di innovatività che connotano la questione sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite, a seguito del ricorso presentato dal docente proprio contro la sanzione disciplinare irrogata; profili che attengono alla presenza della delibera di un’assemblea studentesca espressasi a favore dell’esposizione del crocifisso, nonché al dissenso espresso da un docente e non, come spesso accade, dagli studenti della classe.

Nonostante le peculiarità riportate dal caso esaminato, l’iter logico seguito dalla Suprema Corte è stato guidato, in primis, “dalla forza peculiare dei principi fondamentali che entrano in gioco, dalla libertà religiosa al principio di laicità nelle sue diverse declinazioni, al pluralismo, al divieto di discriminazioni, alla libertà di insegnamento nella scuola pubblica aperta a tutti”, quale lente attraverso la quale leggere non solo le specificità della fattispecie concreta, ma anche ricondurre a sistema i numerosi precedenti giurisprudenziali e i contributi della dottrina[3].

Alla luce del composito quadro a loro disposizione, le Sezioni Unite sono giunte a cassare l’impugnata sentenza della Corte d’Appello di Perugia, accogliendo uno dei motivi di ricorso presentati nell’interesse del docente e ritenendo che i giudici di secondo grado avessero errato nel non riconoscere l’illegittimità dell’ordine di servizio impartito con circolare dal dirigente scolastico, con cui veniva richiesto ai docenti della classe di rispettare e tutelare la volontà espressa in assemblea dagli studenti, in ordine all’ostensione del crocifisso. Secondo la sentenza che si annota, dunque, tale ordine di servizio deve ritenersi illegittimo, giacché, pur a fronte del dissenso manifestato dal docente, l’amministrazione scolastica non aveva ricercato né promosso un accomodamento sostenibile da tutti gli appartenenti alla comunità scolastica interessata, sollecitando i protagonisti a valutare le molteplici possibilità perseguibili in ordine alle modalità di esposizione del crocifisso; né tanto meno l’amministrazione scolastica aveva adottato la soluzione maggiormente armonica con i principi dell’ordinamento.

Infatti, proprio alla luce dei principi di cui è portatrice la Costituzione repubblicana, ispirata alla laicità dello Stato e alla salvaguardia della libertà religiosa positiva e negativa, non può considerarsi consentita, nelle aule delle scuole pubbliche, l’affissione obbligatoria, per determinazione dei pubblici poteri, del simbolo religioso del crocifisso. Infatti, una tale esposizione autoritativa non può essere considerata compatibile con il principio supremo di laicità dello Stato, giacché l’obbligo di esporre il crocifisso è espressione di una scelta confessionale in cui lo Stato repubblicano – diversamente da quanto avveniva durante il fascismo, per il quale la religione cattolica costituiva un fattore di unità della nazione – non si riconosce[4].

Pertanto, le disposizioni regolamentari pre-costituzionali che disciplinano la materia, sebbene non abrogate, devono essere oggetto di un’interpretazione costituzionalmente orientata, nel senso che l’aula può accoglierne la presenza del crocifisso – che rimane, pur sempre, un simbolo religioso[5] – laddove sia la comunità scolastica interessata a determinarsi autonomamente in tal senso, nel rispetto e nella salvaguardia delle convinzioni di tutti i suoi componenti, eventualmente anche affiancando al crocifisso, in caso di richiesta, altri simboli delle fedi religiose presenti all’interno della stessa comunità scolastica e ricercando un ragionevole accomodamento che consenta di favorire la convivenza; ne consegue che la comunità scolastica può decidere di esporre il crocifisso in aula, attraverso una valutazione che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un necessario quanto “ragionevole accomodamento” tra eventuali posizioni dissenzienti.

Su queste argomentazioni, dunque, la Suprema Corte fa poggiare l’illegittimità della circolare adottata dal dirigente scolastico; questa, quale atto presupposto, determina l’invalidità anche della sanzione disciplinare conseguentemente inflitta al docente dissenziente per avere egli, contravvenendo all’ordine di servizio contenuto nella circolare, rimosso il crocifisso dalla parete dell’aula all’inizio delle sue lezioni, per poi ricollocarlo al suo posto alla fine delle stesse.


[1] Il riferimento è all’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, nonché all’art. 119 del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297.

[2] Ciò nonostante, la Corte Suprema nella sentenza in commento ha evidenziato come, nonostante la mutata denominazione, la norma regolamentare contenuta nell’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924 – la quale, nell’ambito dell’arredamento scolastico, dispone che della immagine del crocifisso siano dotate le aule scolastiche di tutte le scuole medie – debba considerarsi riferita anche alle scuole superiori

[3] In considerazione di ciò, aggiunge la Corte che “Le Sezioni unite sono dunque inserite in un contesto di confronto, di dialogo e di contraddittorio tra le parti, che consente alla Corte di legittimità di svolgere il suo ruolo con quella prudenza “mite” che rappresenta un connotato del mestiere del giudice”.

[4] In merito si veda la posizione espressa da Corte cost., 14 novembre 1997, n. 329. Sul punto, si rinvia anche a Corte Cost., 2 ottobre 1979, n. 117 che, in tempi meno recenti, ebbe modo di evidenziare come “la tutela della c.d. libertà di coscienza dei non credenti” rientra “in quella della più ampia libertà in materia religiosa assicurata dall’art. 19, il quale garantirebbe altresì (analogamente a quanto avviene per altre libertà: ad es. gli articoli 18 e 21 Cost.) la corrispondente libertà ‘negativa’ “.

[5] Si rammenta che, in precedenza, il Consiglio di Stato aveva negato che il crocifisso rappresentasse un simbolo religioso, essendo “il crocifisso è atto ad esprimere, … in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana”: “[n]on si può pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come ad una suppellettile, oggetto di arredo, e neppure come ad un atto di culto; si deve pensare piuttosto come ad un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato”. In questi termini Cons. Stato, 13 febbraio 2006, n. 556. In merito, si evidenzia la posizione critica di parte della dottrina, che evidenzia come non possa mettersi in discussione come il crocifisso, sebbene possa prestarsi a diverse interpretazioni a seconda dei contesti in cui è esposto, rimane in ogni caso un simbolo religioso; tanto più che un crocifisso esposto nelle aule scolastiche esprime valori che sono e rimangono di tipo religioso, sebbene, in parte, potrebbero anche coincidere con quelli del nostro ordinamento repubblicano, rispetto ai quali non può predicarsi di un’effettiva coincidenza, “si pensi, solo per fare qualche esempio, all’aborto, al divorzio, alle unioni tra persone dello stesso sesso”. In questo senso Borelli, La funzione dei principi di non discriminazione nella vicenda del crocifisso nelle aule scolastiche, in Riv. It. Dir. Lav., 2021, I, 12 ss.

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