Il D. Igs. n 159/2011 (Codice antimafia) non si applica ai reati tributari nella parte relativa alla tutela dei terzi e all’esecuzione del sequestro.



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Nota a Cass. Pen., Sez. III, 22 aprile 2021, n. 30294.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Suprema Corte, correttamente la difesa eccepisce l’inapplicabilità della disciplina di cui all’art. 55 del D. Igs. n 159/2011 (Codice antimafia) ai reati tributari, nella parte relativa alla tutela dei terzi e all’esecuzione del sequestro. Invero, l’art 240-bis c. p., cui fa espressamente riferimento l’art 104-bis, comma 1 quater disp. att. C.p.p. ai fini dell’estensione della disciplina prevista dal Codice Antimafia, prevede l’ipotesi della confisca per sproporzione o c.d. allargata, caratterizzata dalla finalità di prevenzione, e pertanto, una confisca non equiparabile all’ipotesi di confisca per equivalente, cui faceva riferimento l’art 1, comma 143, della Legge del 24 settembre 2007, n. 244, ora confluito nell’art 12- bis del D.Igs. n. 74/2000.

L’art 55 del D. Lgs. n. 159/2011 prevede una disciplina speciale ed eccezionale, vincolata alle finalità di prevenzione antimafia e prevenzione criminale riferita alle altre ipotesi tassative, previste dal legislatore (ed originariamente incluse nell’ambito dell’art. 12-sexies del D.L. n. 306 del 1992, ed ora comprese nel dettato di cui all’art. 240-bis c. p.), disciplina che non può essere applicata in via estensiva, al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, ad ulteriori ipotesi di confisca che sottendono rationes diverse, come ad esempio la confisca per equivalente, che ha natura sanzionatoria (così. Cass. Sez. U, n. 4880 del 26/06/2014, dep. 2015, Spinelli, Rv, 262603). In tal senso, del resto, si è già espressa la giurisprudenza di legittimità proprio in riferimento ai reati tributari (Sez.3, n. 51603 del 18/09/2018, PM c. Roma, non mass.), laddove è stata censurata una lettura estensiva del Codice antimafia proprio in tema di sequestro preventivo).

In particolare, la Suprema Corte non condivide l’assunto sul quale si basa la decisione impugnata, la quale ha inteso trasferire in sede penale un principio affermato in sede civile per cui “la prevalenza delle esigenze pubblicistiche penali sulle ragioni del creditore del soggetto colpito dalle misure di sicurezza patrimoniali, anche se il primo sia assistito da garanzia reale sul bene, costituisce principio generale dell’ordinamento” (cfr. parte motiva di Cass., civ. sez. 3, n. 30990 del 30/11/2018, Rv. 651864 – 01), posto che tale affermazione non specifica che il caso ivi esaminato aveva ad oggetto proprio una misura incidente su patrimoni illeciti, ossia rivolta a neutralizzare gli illeciti arricchimenti di soggetti già condannati per gravi reati che non fossero stati in grado di giustificare la fonte finanziaria sottesa a tali possidenze, mediante l’applicazione della confisca di prevenzione. Si tratta di situazioni nelle quali gli interessi di natura pubblicistica, sottesi ai sequestri e alle confische, prevalgono in ogni caso anche sui diritti di soggetti estranei ai reati, ma proprio per tali ragioni il principio affermato non può essere elevato al rango di principio generale valevole per tutte le tipologie di confisca penale, per cui esso risulta inconferente con il caso oggetto del presente giudizio. Del resto la precedente pronuncia delle Sezioni Unite civili (n. 10532 del 7/05/2013, Rv. 626570 – 01) aveva ben delimitato l’ambito di prevalenza dell’interesse dello Stato alla confisca precisando l’inopponibilità dell’ipoteca iscritta su di un immobile confiscato ai sensi della legge antimafia.

Nel caso di specie, trova invece applicazione il principio, ormai pacifico nella giurisprudenza di legittimità, per cui l’opponibilità del vincolo penale al terzo acquirente in sede esecutiva dipende dalla data di trascrizione del sequestro preventivo, che deve essere antecedente a quella del pignoramento immobiliare, venendo così tale precedenza a costituire il presupposto necessario per disporre la confisca del bene anche nei confronti del terzo acquirente.  

Orbene, il vincolo nascente dal sequestro preventivo sugli immobili in contestazione risulta invece trascritto posteriormente all’atto di pignoramento immobiliare ed è perciò inopponibile alle ricorrenti, terze acquirenti dei beni per aggiudicazione della vendita disposta nella procedura esecutiva.

I beni risultano quindi appartenere pieno iure alle ricorrenti, in ottemperanza al principio dell’ordo temporalis delle formalità pubblicitarie enucleato all’art. 2915 cod. civ. (sul punto, già Sez. 3, n. 51043 del 3/10/2018, Deni e altri, non mass.), dovendosi affermare il principio che “l’opponibilità del vincolo penale al terzo acquirente dipende dalla trascrizione del sequestro preventivo, che deve essere antecedente a quella del pignoramento immobiliare, in modo da rappresentare il presupposto per la legittimità della confisca, anche disposta successivamente all’acquisto. Diversamente, se la trascrizione del sequestro è successiva al pignoramento, il bene appartiene al terzo “pieno iure” con conseguente impossibilità di disporre la confisca posteriormente all’acquisto di esso da parte del terzo aggiudicatario della vendita.

Va, altresì, rilevata l’infondatezza di quanto argomentato dall’ordinanza impugnata laddove sostiene che il terzo titolare del bene su cui insiste il sequestro preventivo non sia autonomamente legittimato a richiederne la revoca nel corso del giudizio di merito. Invero, le Sezioni Unite hanno affermato che in tema di misure cautelari reali, il terzo rimasto estraneo al processo, formalmente proprietario del bene già in sequestro, di cui sia stata disposta con sentenza la confisca, può chiedere al giudice della cognizione, prima che la pronuncia sia divenuta irrevocabile, la restituzione del bene e, in caso di diniego, proporre appello dinanzi al tribunale del riesame (cfr. Sez. U, n. 48126 del 20/07/2017, Muscari e altro, Rv. 270938) e, dunque, non è necessario e attendere il passaggio in giudicato della sentenza che dispone la confisca ,00- far valere le proprie ragioni tramite incidente di esecuzione. Il principio affermato è stato avallato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 253 del 2017, la quale ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 573, 579, comma 3, e 593 c.p.p., in riferimento agli artt. 3, 24, 42, 111 e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 6 e 13 CEDU, nella parte in cui non si prevede, a favore di terzi incisi nel diritto di proprietà per effetto della sentenza di primo grado, la facoltà di proporre appello sul solo capo contenente la statuizione di confisca, perché dette questioni “sono state poste senza tenere conto della possibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata (certamente compatibile con la lettera della legge e la cornice normativa entro cui essa si inserisce), che avrebbe offerto al terzo, pur dopo la confisca, proprio quella forma di tutela, ovvero il rimedio cautelare, che il rimettente ha giudicato soddisfacente anche nel raffronto con la partecipazione al processo penale di primo grado“.

Da quanto esposto consegue la declaratoria di annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale del Riesame che dovrà applicare il principio di diritto sopra enunciato e dovrà valutare, esaminando il merito delle risultanze e delle allegazioni, la sussistenza della buona fede in capo alle aggiudicatarie, ed eventualmente disporre, qualora all’esito di una positiva valutazione disponga la restituzione degli immobili alle istanti, il trasferimento del vincolo reale in essere sugli importi di denaro ricavati dalla vendita degli immobili già oggetto di sequestro preventivo.

 

Qui la sentenza.

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