Risarcimento danni di un quotista di fondo immobiliare per mala gestio della società di gestione.



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Nota a ACF, 24 maggio 2021, n. 3790.

di Donato Giovenzana

 

Come l’ACF ha già avuto modo di sottolineare in vicende analoghe in cui è stata evocata la responsabilità per mala gestio dell’intermediario gestore di un fondo comune di investimento, l’obbligazione che grava sulla SGR non si atteggia alla stregua di un’obbligazione di risultato, rappresentando piuttosto un’obbligazione di mezzi, sicché “per valutare se il gestore debba essere chiamato a rispondere dell’eventuale perdita di valore dell’investimento sofferta dai partecipanti al fondo è necessario verificare in che modo la gestione è stata condotta» e più precisamente, ferma restando l’insindacabilità del merito delle determinazioni adottate, se le scelte compiute nella prospettiva della migliore valorizzazione del fondo siano o no connotate da ragionevolezza”.

Orbene, nel caso di specie – secondo il Collegio arbitrale –  l’intermediario non ha offerto elementi atti a dimostrare – come era suo onere, in quanto, come del resto in ogni obbligazione di gestione, la prova di aver diligentemente gestito il patrimonio affidatogli grava appunto sul gestore – che la decisione di vendere in blocco gli immobili sia stata informata ad un principio di ragionevolezza e di migliore tutela degli interessi dei partecipanti al fondo.

Naturalmente non si tratta di mettere in discussione come tale la scelta di procedere ad una vendita in blocco, la quale può dirsi essere stata anzi in un certo modo necessitata in forza della decisione dell’assemblea dei partecipanti di non concedere un ulteriore periodo di proroga del fondo, quanto piuttosto di rilevare che l’intermediario non ha fornito alcuna spiegazione razionale delle ragioni per cui la vendita dei cinque immobili costituenti il compendio residuo sia stata effettuata nonostante i prezzi offerti fossero inferiori in una misura che oscilla dal 59,46% sino addirittura all’81,74% rispetto alle valutazioni degli stessi effettuate dagli esperti indipendenti al 30 giugno 2016, e dunque appena sei mesi prima del perfezionamento dell’operazione.

Al riguardo non vale, infatti, osservare – come fa il resistente nelle controdeduzioni – che lo scarto tra il valore degli immobili e quello ottenuto tramite la vendita sarebbe da imputare alle vicende che hanno colpito il mercato immobiliare a partire dal 2007, successivamente alla costituzione del fondo, o alle particolari condizioni degli immobili. Un simile rilievo può spiegare certo lo scostamento tra valore di carico degli immobili, che riflette il più elevato prezzo di acquisto avvenuto prima del 2007, e il valore realizzato nel dicembre 2018, ma non spiega, invece, in alcun modo perché l’enorme differenza percentuale indicata si registri anche con la stima fatta dagli advisors indipendenti del fondo appena sei mesi prima della conclusione dell’operazione. Gli è, infatti, che se davvero il risultato fortemente penalizzante della vendita fosse dipeso dalla crisi del mercato immobiliare o dalle particolari condizioni di vetustà degli immobili, o ancora dal fatto che si trattava in larga parte di immobili sfitti, tutti questi aspetti erano già esistenti anche nel giugno del 2016 sicché avrebbero dovuto riflettersi pure nelle stime elaborati dai consulenti e prodromiche alla vendita. Il che, invece, non è stato.

Le considerazioni che precedono consentono già da sole di ritenere fondata la censura di mala gestio mossa all’intermediario, ovvero più esattamente di non aver gestito con diligenza il fondo nell’interesse dei partecipanti.

Nel caso in esame emerge tuttavia un ulteriore aspetto che il Collegio non può esimersi dal rilevare. Dalla documentazione versata agli atti dall’intermediario emerge anche come – diversamente da quanto affermato nelle controdeduzioni – l’assunzione da parte del resistente del mandato di gestione anche del fondo acquirente del compendio immobiliare è avvenuta prima, e non dopo, che si perfezionasse l’operazione di vendita. Sotto questo profilo appare, dunque, sussistente la situazione di conflitto di interessi che è stata denunciata dal ricorrente; un conflitto che allora conferma e rafforza la fondatezza della doglianza di mala gestio, dal momento che la sua presenza avrebbe richiesto l’adozione di presidi più stringenti, a partire da una motivazione rafforzata circa la correttezza e convenienza sostanziale dell’operazione pure a condizioni così largamente scontate rispetto al valore stimato dagli advisor, altrimenti dovendosi presumere che il resistente abbia sacrificato gli interessi dei quotisti del fondo venditore per soddisfare al meglio soltanto gli interessi dei partecipanti del fondo acquirente.

Per il che la Sgr è stata condannata al risarcimento del danno subìto dal quotista, liquidato, equitativamente, nella differenza fra la somma erogata per l’acquisto delle quote del fondo ed il loro valore finale di liquidazione, oltre interessi legali dalla data dell’investimento e maggior danno da rivalutazione monetaria.

 

 

Qui la decisione.

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