Sequestro penale del conto corrente e presunti obblighi informativi nei confronti del cliente, ex art. 1830 c.c.



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Nota a ABF, Collegio di Milano, 30 marzo 2021, n. 8584.

di Donato Giovenzana

 

La società cliente/ricorrente, attualmente in liquidazione, nel febbraio 2020 si avvedeva del blocco dell’operatività dei due conti correnti alla stessa intestati e in essere presso l’intermediario; dopo aver chiesto informazioni alla filiale di competenza, presentava formale reclamo in data 10 febbraio 2020 con cui chiedeva delucidazioni in ordine a un provvedimento di sequestro dei conti correnti, cui il personale dell’intermediario aveva fatto cenno. Il 12 febbraio 2020 la società reiterava la richiesta, cui l’intermediario rispondeva facendo generico riferimento a un provvedimento, di cui poteva essere richiesta copia presso la cancelleria del Tribunale di xxx, indicando il numero di RG. Il 18 febbraio 2020, la società presentava un ulteriore reclamo, riferendo di esser venuta a conoscenza, per altre vie, dell’esistenza di un procedimento penale a carico di ignoti presso la Procura della Repubblica di xxx; contesta quindi la genericità della risposta precedentemente fornita dall’intermediario, nella quale si faceva riferimento al Tribunale (il che aveva indotto a pensare a una procedura esecutiva), in cui mancava il riferimento al ruolo generale delle notizie di reato (difettando il relativo acronimo) ed era fatto solo cenno a un procedimento “a carico” della società cliente, mentre invece era contro ignoti. In relazione al predetto procedimento penale, dalla documentazione allegata da entrambe le parti si evince che trattasi di un’indagine avviata a seguito della denuncia presentata in data 10 dicembre 2019 da un’altra correntista dell’intermediario, vittima di una frode informatica, la quale aveva disconosciuto un totale di 19 bonifici fraudolenti, di cui uno era stato accreditato sul conto corrente *573, intestato alla società cliente; quanto agli altri bonifici eseguiti dai malfattori, seppure la maggior parte di questi recasse il nominativo della società e la medesima causale, erano tuttavia destinati a iban relativi a beneficiari diversi. In data 8 gennaio 2020, veniva notificato all’intermediario il decreto di sequestro avente a oggetto – tra gli altri – il conto *573 intestato all’intermediario, nonché gli altri conti su cui erano stati accreditati i bonifici fraudolenti. Con successivo atto ricevuto dall’intermediario il 25 febbraio 2020, la P.G., chiedeva copia della documentazione inerente i conti oggetto di sequestro; in data 11 marzo 2020 la società cliente, avvedutasi che era stata bloccata l’operatività anche dell’altro conto alla stessa intestato (n. *543), non oggetto di sequestro, ne chiedeva l’immediato svincolo, cui l’intermediario provvedeva il 26 marzo 2020. Infine, a seguito dell’istanza presentata dalla società, anche il conto *573 veniva dissequestrato, come da decreto della Procura della Repubblica di xxx del 18 marzo 2020.

Con riferimento all’assunto danno patrimoniale, la società ricorrente chiede il risarcimento della complessiva somma di € 9.805,00, comprendenti € 8.805,00 di spese legali ed € 1.000,00 per una perizia, costi resisi necessari per la revisione contabile del c/c *573 e dimostrare la sua estraneità alla frode (sono in atti le fatture relative alle spese legali, mentre non è dato reperire un documento attestante la spesa sostenuta per la perizia contabile, comunque allegata al ricorso). Vengono inoltre lamentati ulteriori pregiudizi: la società fa infatti presente di esser stata costretta a chiedere un’anticipazione alla capogruppo per pagare la somma dovuta in esito alla conciliazione giudiziale con un ex dipendente, stante l’impossibilità di attingere alla liquidità presente sui propri conti correnti, a fronte di un costo di 5.000,00 euro e un tasso del 15%; sempre in ragione del blocco dei propri conti correnti, afferma di aver dovuto pagare le imposte in ritardo, con conseguenti sanzioni. Dal momento che di tali lamentati pregiudizi non viene chiesto il risarcimento (limitato alle due voci di spesa sopra indicate) l’indagine sarà condotta nei limiti del petitum.

Il danno asseritamente patito dalla società è fatto risalire alla condotta dell’intermediario, il quale avrebbe dovuto, in primo luogo, informare il proprio correntista del blocco dei conti ai sensi dell’art. 1830 c.c., norma che peraltro non si attaglia al caso di specie, in quanto si riferisce ai rapporti tra correntisti nell’ipotesi di sequestro da parte del creditore di uno di questi. Nella fattispecie in esame, risulta essere pacifico che l’intermediario abbia agito – almeno limitatamente al conto *573 – in esecuzione di un provvedimento di sequestro disposto dalla competente Autorità giudiziaria, nell’ambito di un procedimento penale, per cui nessun rilievo può essere fatto in ordine al suo comportamento, nella specie doveroso. Prive di rilievo sono anche le contestazioni circa la debolezza dei sistemi antifrode dell’intermediario, sull’assunto che se avessero funzionato correttamente, identificando la truffa in atto, essa avrebbe acconsentito allo storno del bonifico accreditato sul proprio conto, evitando poi di essere coinvolta nel seguito della vicenda. A parte il carattere meramente probabilistico della ricostruzione, mancano agli atti elementi idonei a valutare se vi è stata la corretta autenticazione delle operazioni disconosciute ed eventuali profili di responsabilità dell’intermediario in tal senso. Ugualmente ininfluente nella determinazione del pregiudizio lamentato appare la contestazione circa l’agire dell’intermediario che avrebbe indebitamente coinvolto la società cliente nel procedimento, consegnando prima alla denunciante e poi all’Autorità giudiziaria solo le copie degli estratti conto, senza fornire elementi utili a evidenziare l’estraneità alla truffa della società stessa. Si sostiene, in particolare, che l’intermediario avrebbe dovuto segnalare all’Autorità giudiziaria alcune specifiche circostanze utili alla ricostruzione delle modalità della truffa e idonee ad evitare che la società fosse interessata dal sequestro. Sul punto, premesso che le condotte sopra descritte non sarebbero comunque esigibili dall’intermediario dal momento che esulano dagli specifici doveri di tutela nei confronti del cliente, stante la dinamica dei fatti esse non sarebbero state comunque idonee a prevenire il coinvolgimento della società nell’inchiesta e nel susseguente sequestro. In questa prospettiva, appare dunque evidente che il comportamento dell’intermediario, anche laddove vi si volessero ravvisare profili – peraltro mancanti – di non correttezza – non è stato diretta causa del danno lamentato.

L’assunto pregiudizio non è direttamente collegabile al comportamento dell’intermediario; del danno lamentato, d’altra parte, la ricorrente non ha allegato prova alcuna, in contrasto con la regola generale di cui all’art. 2697, 1° comma, c.c.

Il ricorso è stato quindi rigettato.

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A proposito della tematica di fondo sottesa alla decisione in argomento – i.e. sequestro penale del conto corrente e presunti obblighi informativi nei confronti del cliente – è d’uopo richiamare la significativa (e forse unica) sentenza al riguardo, emessa dal Tribunale Roma, sez. X, 03/09/2012, n.16590secondo cui

Quanto alla prima condotta contestata (pur prescindendo dal rilievo circa il fatto che il segreto istruttorio viene, salvo i casi di segregazione ex art. 329 c.p.p., nel momento in cui il sequestro è eseguito), va rilevato l’obbligo informativo a carico della banca non può estendersi alla comunicazioni di circostanze incidenti sulla gestione del conto corrente bancario per le quali è prevista una particolare e qualificata disciplina finalizzata, appunto, a garantire la conoscenza delle stesse. Il sequestro è un atto che entra nella sfera di conoscenza dell’interessato secondo la specifica procedura descritta dagli artt. 365, 366, c.p.p.. Non può, quindi, configurarsi in capo all’istituto di credito-terzo destinatario del provvedimento di sequestro (ex art. 255 c.p.c.) un onere informativo a favore del cliente dell’avvenuto sequestro, atteso che la comunicazione dello stesso è, nel rispetto del diritto di difesa, rimesso ad altri organi (in tal senso una pronuncia risalente ma non contraddetta da alcuna di segno contrario – Cass., sez. I, n. 2147 del 18.7.1974 – secondo cui “l’istituto di credito – nel caso di ordine o richiesta del giudice che comportino deroga all’obbligo del segreto bancario – non e tenuto ad informarne il cliente, non rientrando un tale adempimento negli obblighi del mandatario di cui all’art 1710 cod civ…”). Né può sostenersi che la banca avrebbe, per lo meno, dovuto mettere al corrente il cliente dell’indisponibilità del conto. Infatti non si comprende in che termini la banca avrebbe dovuto avvertirlo del vincolo di indisponibilità gravante sul proprio conto, senza riferire la causa dello stesso.”

Anche la migliore dottrina in subjecta materia  – vds. Dott. R. Targetti (allora Sost. Proc. a Milano), “Le indagini penali presso Banche ed Intermediari Finanziari”,  intervento tenuto al Convegno “La nuova disciplina in tema di accertamenti ed indagini presso Banche ed Intermediari finanziari”, tenutosi all’Hilton di Milano nel 2008 – ha avuto modo di precisare che, a mente dell’art. 329 cpp, gli atti di indagine compiuti da P.M. e p.g. sono coperti da segreto sino a quando l’imputato non ne possa venire a conoscenza; in ogni caso il segreto decade con la chiusura delle indagini preliminari, che si ha allorchè il P.M. notifica l’avviso di chiusura indagini, ex art. 415 bis cpp, prodromico al vero e proprio esercizio dell’azione penale, che si ha con l’atto con cui si dispone o si chiede il rinvio a giudizio. Si ricorda che anche quando il segreto non vi sia più (es. chiusura indagini preliminari) residua il potere di cd. “segretazione” del P.M., in caso di necessità, per la prosecuzione delle indagini.

Pertanto, la Banca non può avvertire il cliente dell’avvenuto sequestro, in quanto, a contrario, soggiacerebbe al disposto dell’art. 379 bis cp, secondo cui “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per avere partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso, è punito con la reclusione fino a un anno. La stessa pena si applica alla persona che, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell’articolo 391-quinquies del codice di procedura penale”.

Va peraltro evidenziato che l’indagato viene in ogni caso a conoscenza dell’iniziativa:

  • perchè l’A.G.notifica allo stesso l’informazione di garanzia, ex art. 369 cpp, costituente atto doveroso per il P.M. ai sensi degli artt. 365 e 366/1 cpp, a meno che non sussistano i gravi motivi che giustificano il ritardo, di cui all’art. 366/2 cpp;

  • perchè l’indagato viene interrogato dall’A.G. e gli si contestano ad es. i dati emergenti dall’analisi dei rapporti bancari a lui riferibili;

  • perchè del relativo verbale (di sequestro) l’art. 366 cpp impone la notifica dell’avviso di deposito al difensore.

 

Qui la decisione.

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