La quantificazione delle spese di lite: tra il criterio del disputatum e quello del decisum.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 26 aprile 2021, n. 10984.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

 

Per la determinazione dello scaglione degli onorari di avvocato, ai fini della liquidazione delle spese di lite, da porre a carico della parte soccombente, ex art. 91 c.p.c., il parametro di riferimento è costituito dal valore della causa, determinato a norma del codice di procedura civile e, quindi, in tema di obbligazioni pecuniarie, dalla somma pretesa con la domanda di pagamento. Invero, per il codice di rito, nell’ambito delle disposizioni sulla competenza del giudice, il valore della causa «si determina dalla domanda» (ai sensi dell’art. 10 c.p.c.), secondo le disposizioni successive, dove, con riguardo alle cause relative a somme di danaro, si precisa che «il valore si determina in base alla somma indicata … dall’attore» (ai sensi dell’art. 14 c.p.c.).

A tali previsioni opera duplice rinvio l’art. 5 D.M. n. 140/2012, per cui, ai fini della liquidazione del compenso del difensore, «il valore della controversia è determinato a norma del codice di procedura civile», aggiungendosi, inoltre, che si ha riguardo, «nei giudizi per pagamento di somme, anche a titolo di danno, alla somma attribuita alla parte vincitrice e non alla somma domandata». L’indicazione, contenuta nel terzo comma, per le controversie di valore indeterminato o indeterminabile è quella secondo cui si tiene in precipua considerazione l’oggetto e la complessità della causa.

Il c.d. criterio del decisum (e non del disputatum) è, dunque, quello prescelto dal summenzionato art. 5 nei giudizi di pagamento della prestazione oggetto di obbligazioni pecuniarie. Il disputatum costituisce quanto richiesto nell’atto introduttivo del giudizio, laddove il decisum è il contenuto effettivo della decisione assunta dal giudice. La disposizione de qua ha inteso, in sostanza, fronteggiare il rischio di una quantificazione iniziale ingiustificata dell’importo preteso, al fine mero della lievitazione delle spese di lite. Ne deriva che, in caso di accoglimento anche parziale della domanda, si guarda alla somma liquidata[1].

La giurisprudenza di legittimità è, peraltro, pressoché granitica nel ritenere che, ai fini dell’applicazione della previsione richiamata, si debba tenere conto della somma di cui alla domanda, allorché essa sia stata respinta, per la ragione sottesa secondo cui, laddove si seguisse, alla lettera, il criterio del decisum, in tali cause il valore sarebbe matematicamente pari a zero, con conseguente mancata liquidazione di un compenso. La massima, invero, è nel senso che «in caso di rigetto della domanda, nei giudizi per pagamento di somme o risarcimento di danni, il valore della controversia, ai fini della liquidazione degli onorari di avvocato a carico dell’attore soccombente, è quello corrispondente alla somma da quest’ultimo domandata, dovendosi seguire soltanto il criterio del disputatum, senza che trovi applicazione il correttivo del decisum» (di talché, il valore della controversia è quello corrispondente alla somma domandata dall’attore)[2].

Laddove l’attore integri e completi una richiesta, specificamente quantificata nel quantum, con un’ulteriore sollecitazione rivolta al giudice, finalizzata a determinare il dovuto in quella somma maggiore o minore da determinare in corso di causa (o ritenuta di giustizia), questa seconda indicazione ha evidentemente un contenuto sostanziale; in altri termini, la formula in questione manifesta la ragionevole incertezza della parte circa l’ammontare del danno effettivamente da liquidarsi e ha, quindi, lo scopo di consentire al giudice di provvedere alla liquidazione come risulterà corretto, senza essere vincolato all’ammontare della somma determinata che venga indicata nelle conclusioni specifiche. La richiamata formula «somma maggiore o minore ritenuta dovuta» (o altra equivalente), che accompagni le conclusioni con cui una parte chiede la condanna al pagamento di un certo importo, non può essere considerata come una clausola meramente di stile, tutte le volte che sussista una ragionevole incertezza (in precipua considerazione della natura della controversia) sull’ammontare del danno effettivamente da liquidarsi[3].

Né, tantomeno, rileva che una simile formula corrisponda pure alla prassi consueta, perché ciò non basta a definirla “di stile”. Secondo i corretti canoni di interpretazione degli atti privati, invero, e, in particolare, dell’art. 1367 c.c., prima di giudicare priva di effetti una locuzione utilizzata dal dichiarante, è necessario che essa debba reputarsi con certezza utilizzata senza reale intenzione, dovendovi, per contro, ricollegare qualche effetto. Si deve, infatti, improntare l’operazione ermeneutica alla valorizzazione del criterio interpretativo di conservazione, previsto dall’art. 1367 c.c., applicabile anche in materia di interpretazione degli atti processuali di parte: posto che la conservazione dell’atto è criterio costituente principio generale immanente all’ordinamento, che trascende la materia contrattuale, e, al contempo, potendo la domanda giudiziale riguardarsi come dichiarazione di volontà diretta alla produzione di effetti giuridici tutelati dall’ordinamento[4].

Resta, naturalmente, il limite insito nel criterio predetto, che, sì come tutti gli altri, non può mai comportare un’interpretazione sostitutiva della volontà della parte. Dunque, pur essendo indiscusso che il valore della causa vada definito in base al disputatum, la richiesta di liquidare una somma determinata «o quella maggiore o minore che si riterrà di giustizia», come le altre formule equivalenti, non può, ex abrupto, definirsi una formula “di stile” senza effetti; per converso, si deve presumere, al contrario, in tal modo attuata una cautela dell’attore, il quale, altrimenti, da un lato, potrebbe avere errato in eccesso nella indicazione della pretesa, e, dall’altro lato, potrebbe aver errato per difetto, con il rischio così di non vedere riconosciute le maggiori somme spettanti, come accertate solo nel corso del processo.

Altro è il caso in cui, proposta la domanda di pagamento di una somma determinata, seguita dalla predetta formula di apertura, il giudizio si concluda con la condanna al pagamento di una somma individuata dal giudice: in tal caso, applicandosi l’art. 5 D.M. n. 140/2012, l’onorario sarà commisurato all’importo liquidato, che è senz’altro determinato (criterio del decisum). Quando, però, la domanda sia stata respinta, torna a doversi applicare il criterio della domanda, dove la formula in esame vale a renderla indeterminabile.

 

 

Qui l’ordinanza.


[1] Cfr. ex multis Cass. n. 16440/2017; Cass. n. 536/2011; Cass., Sez. Un., n. 19014/2007.

[2] Cfr. Cass. n. 28417/2018; Cass. n. 25553/2011; Cass. n. 5381/2006; Cass. n. 13113/2004; Cass. n. 22462/2019.

[3] Cfr. Cass. n. 15306/2019; Cass. n. 19455/2018; Cass. n. 1210/2018; Cass. n. 12724/2016; Cass. n. 6053/2013; Cass. n. 6350/2010; Cass. n. 15698/2006; Cass. n. 2641/2006; Cass. n. 1313/2006; Cass. n. 4727/1984; Cass. n. 5549/1981.

[4] Cfr. Cass. n. 1511/2014; Cass. n. 15299/2005.

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